LINOTYPE & LINOTIPISTI

l'arte di fondere i pensieri in piombo

 

PRESENTAZIONE
Amici della Linotype

Andar per Linotype
Posta di Linotype & Linotipisti

Recensioni

LA STORIA
Verso la composizione meccanica
Genesi della Linotype
L'inventore
La Linotype
Linotype in passerella
I meccanismi segreti

LINOTYPE WORKS
Italtype
Menta
Novatype

Linotype in England - L&M
Intertype

MATRICI
Come si fabbricava una matrice

Il percorso della matrice

Traldi & Simoncini

 

RICORDANDO LA LINOTYPE
In punta di penna

Musei della stampa con Linotype

Neram (Armidale, Australia)

 

CURIOSITà
Cent'anni di Linotype
Linotype in versi
Etaoin
Linotype in filatelia

Linotypistes
Linotype in mezzo al mare

Fuoritesto, foto mai viste

Donne in tastiera

LINOTIPISTI
Linotipisti italiani
Diario di un linotipista

Nostalgia
One last line of type

Scuola Grafica Salesiana

GIORNALI & LINOTYPE
La Stampa (Torino)

Gazzetta del Popolo (Torino)
Secolo XIX (Genova)
Tribuna de Lavras (Brasile)

La Nación (Argentina)

El Clarín (Argentina)

The Modesto Bee (California)

Herald & Weekly Times (Australia)

 


In punta di penna 2

 

La terza pagina di Linotype & Linotipisti

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Quel linotipista: un ricordo che dura

TUCSON (Arizona). «Sono un ex editore di riviste e ho sempre nutrito grande ammirazione e rispetto per la vecchia stampa tipografica che includeva, naturalmente, la linotype. Il linotipista era un artigiano e voleva esercitare la sua arte con cura e attenzione. Oggi che la maggioranza degli addetti alla tipocomposizione è costituito da dattilografe e la maggioranza degli articoli di giornale sono battuti dallo stesso giornalista o redattore - i quali hanno poco interesse per la qualità grafica della composizione - i risultati sono una composizione che peggio non potrebbe essere.

«Il mio primo interesse nell'editoria nacque quando avevo cinque anni e mio padre mi portò a vedere una tipografia e un linotipista che voleva prestare attenzione a un bimbo mi chiese se volevo vedere il mio nome scritto in caratteri tipografici. Così battè il mio nome ed ecco uscire una riga con tutte le lettere del mio nome. La conservai per quarant'anni e penso che essa abbia stimolato il mio interesse per la stampa e per la tipografia.

«Ora colleziono da cinquant'anni caratteri tipografici in legno e ne ho la più grande collezione di tutta l'America».

Irving SILVERMAN (6 dicembre 2000)

 

La «musicalità» della linotype

MILANO. «Complimenti per il sito dedicato alla Linotype. Veramente bello. Anche se non sono vecchio (42 anni) ho fatto a tempo a utilizzarla. Ho iniziato a 15 anni a usare la linotype e per una decina d'anni ci ho trafficato sopra. Mi piaceva tantissimo... poi, si sa, il progresso... si è passati al computer.

«Sono il direttore di una scuola grafica e le assicuro che è da tempo che cerco il modo di metterne una in bella mostra. Ho una Linotype (mod. 5) in magazzino e non ho ancora trovato qualcuno che abbia un po' di tempo per sistemarmela per bene e metterla in bella vista. Prima o poi lo farò.

«Il ricordo più emergente che mi ritorna alla mente è quello della pulizia degli spazi mobili: da ragazzino mi imbrattavo le mani in un modo osceno, ma mi piaceva farlo. Il contatto fisico con tutte le parti in movimento, l'attenzione alla "musicalità" della macchina che ti faceva capire se tutto procedeva per il meglio... l'odore particolare di piombo, unto bruciato... e poi la soddisfazione di vedersi lì, scodellate ancora calde, una dopo l'altra, le righe composte... insomma ho dei bellissimi ricordi.

«Sono contento che qualcuno tenga vivi questi ricordi».

Luciano ORSI, direttore Istituto Professionale Pavoniano Artigianelli (29 novembre 2000)

 

L'arte (bella) del linotipista

CHICAGO. «La ringrazio sinceramente dell'indicazione a proposito del suo bellissimo sito "Linotype & Linotipisti", che ho guardato con grande interesse stamattina. Spero che questo suo lavoro di divulgazione vada avanti. Lei e gli altri appassionati della Linotype avete già salvato la tecnologia dall'estinzione. Col tempo possiamo sperare anche che questa situazione (solo apparentemente disastrosa) potrà trasformarsi in un grosso vantaggio, cioè in un nuovo apprezzamento dell'arte - al livello di una delle belle arti - del linotipista».

Paul F. GEHL, Custodian of the John M. Wing Collection on the History of Printing, The Newberry Library (16 novembre 2000)

 

La Linotype in vernacolo

CUORGNE' (Torino). «Sono Tonino Bergera, autore di "Cara vecchia Linotype", la poesia in rima baciata che campeggia (grazie!) sul "nostro" splendido sito Internet. Non ho parole bastevoli a descrivere il mio entusiasmo per l'intelligenza dell'iniziativa nonché per la cura, grafica e contenutistica, con cui è stata realizzata. Complimenti!
«Da pochi giorni - eh, sì, ho ceduto! - sono il costernato possessore di un Personal Computer... La prima operazione è stata ovviamente il collegamento col sito, la seconda è questa missiva elettronica (che spero di riuscire a far giungere a destinazione correttamente...). Dopo la consultazione di "Linotype e Linotipisti", riandando coi ricordi verso giovanili storie di "etaoin shrdlu cmfwyp vbgèqj, ecc.", ispirato da un prepotente "ritorno di fiamma" del mai sopito primo amore, ho improvvisato un sonetto in piemontese che le allego con relativa traduzione in italiano (ovviamente non più in rima e metrica) sperando di farle cosa gradita.

 

A CANTA ANCORA

Ëd póer la tastiera ambërlifà,
la ruso ch'ancomensa a fé quàich bol,
jë spassi spatarà drinta 'n tirol,
al mur quatr misurin-e magagnà.
Nèira, patan-a, pien-a 'd dignità
- soe mila mòle a preuva 'd sacabol,
sò ecèntrich cheur, j'elevator, le "mould"... -
la "Lino" a deurm an pé, caval sbalsà.
Ëd bòt an blan im sento dcò mi vej,
rusnent e sol... I penso al frach ëd neuit
balà dzora ij sò tast... Che zebedej!
Ma a l'era na morosa con bel deuit,
precisa, canterin-a. Pròpi 'l mej
për mi, linotipista 'd chila cheuit.

 

CANTA ANCORA

La tastiera imbrattata di polvere,
la ruggine che inizia a fare qualche bollo,
gli spazi sparsi dentro un cassetto,
al muro quattro misurine sgangherate.
Nera, nuda, piena di dignità
- le sue mille molle a prova di scuotimento,
il suo eccentrico cuore, gli elevatori, le "mould"... -
la "Lino" dorme in piedi, cavallo "scosso".
Di punto in bianco anch'io mi sento vecchio,
arrugginito e solo... Penso al fottìo di notti
ballate sui suoi tasti... Che zebedei!
Ma era una fidanzata piena di garbo,
precisa, canterina. Proprio il meglio
per me, linotipista cotto di lei.

 

«Attualmente la mia "produzione" poetica è dedicata al piemontese. Mi attende ora un grosso lavoro di digitazione di quanto scritto sinora in questa nostra bella lingua nonché in italiano (circa seicento poesie!). Fine dei foglietti sparsi. Benvenuti dischetti e cd? Sì, certo... Però, la Linotype... Vogliamo mettere?... Che il Dio delle Tastiere ci assista!
«Con mano di piombo e pensiero fuso, ora premerò "Invia"... Prima volta! Brrrr!». 

Antonio (Tonin) BERGERA, ex linotipista della «Gazzetta del Popolo» (9 novembre 2000)

 

Siamo fratelli in piombo

TORRE DEL GRECO (Napoli). «Caro Giorgio, dico subito caro perché siamo fratelli in piombo. Il tuo sito è linfa per noi vecchi nostalgici del piombo fuso, per me ancora di più perché, in pieno Anni 60, quando la linotype era alle vette, ma già pronta per cadere, sotto la sgherra informatica, ancora componevo il giornale con i bastoncini di piombo gutenberghiani in quella "provincia addormentata" prischiana tra Napoli e Salerno. La famigerata Linotype, come m'insegni, è la meccanizzazione del metodo gutenberghiano e tu sei innamorato perdutamente e per sempre di essa perché sei stato iniziato con essa; io ho avuto la mia prima Linotype quando già si avviava al tramonto.

«Ho scritto un volume apologetico - "Da Magonza a Torre del Greco" - sulla vecchia tipografia che, bontà loro (degli addetti ai lavori), è stato considerato "il poema del piombo fuso napoletano". Molti colleghi circumvesuviani hanno pianto leggendolo. E' stato volutamente composto nel 1988 con la Modello 31 e stampato in una pianocilindrica tipografica».  

Luigi MARI, Tipografia Luigi Mari, Torre del Greco (18 ottobre 2000)

 

Il fascino di un giornalismo «a misura d'uomo»

ROMA. «La "Linotype"... il ricordo del mio primo approccio concreto con il giornalismo e le strutture di una testata... a Roma, or sono molti anni. 

«Laureanda in Scienze Politiche, mi iscrissi alla Scuola di Tecniche Sociali dell'Informazione presso l'Istituto Italiano di Pubblicismo, il primo corso in Italia che avesse affrontato, già in epoca fascista, l'argomento come materia d'esame presso la Facoltà di Scienze Politiche, all'Università La Sapienza di Roma. In seguito, la "politica" universitaria lo aveva declassato, come imbarazzante testimonianza di quel periodo, a corso parauniversitario della Facoltà di Scienze Statistiche, demografiche e attuariali. Di cancellarlo, però,  fortunatamente non se ne parlava. Due le ragioni: era tenuto in grande considerazione presso le Università all'estero e non pochi capi uffici stampa e portavoce ai vertici dell'Amministrazione Pubblica italiana e del Parastato avevano appreso in quella sede gli insegnamenti sulla comunicazione e l'informazione. Così, mentre la potente lobby degli editori affermava, a ragione e a torto,  che "il giornalismo si apprende sul campo e non sui banchi di scuola", ritenni opportuno non perdere una insperata opportunità, che mi permetteva di avvicinare sia l'impianto teorico dell'informazione sia quello pratico, grazie agli insegnamenti del secondo anno di corso. Fra questi: lo studio delle "arti grafiche". 

«Un bel giorno, però, non soddisfatta da una veloce visita collettiva a uno stabilimento tipografico e dovendo prepararmi per l'esame di Tecnica del giornalismo, telefonai alla segreteria della redazione centrale del quotidiano "Il Tempo" per sondare la possibilità di un incontro con qualche giornalista di buon cuore, che mi dedicasse un'ora della sua attività. Con mia grande sorpresa, il redattore capo della redazione Interni accettò immediatamente di vestire i panni di "Caronte" per traghettarmi sulla sponda del giornalismo.

«Moderno "tutor" dell'epoca, mi illustrò con entusiasmo la vita del giornale, mi fece visitare la redazione, parlare con i giornalisti dei vari settori, con la segretaria di redazione per, poi, condurmi dopo alcune ore nel "sancta sanctorum" del giornale, al pianterreno. Le linotype erano ancora lì in funzione, ma l'evoluzione era alle porte... la proprietà aveva già annunciato alcuni cambiamenti e non pochi addetti nutrivano qualche preoccupazione... Fui emozionata ed entusiasta. In seguito, però, non approfittai dell'invito a "frequentare" sovente la redazione. Ragioni familiari, purtroppo, me lo impedirono. Anni dopo ripresi il contatto con il giornalismo ma, questa volta, d'agenzia e di una agenzia che, fra le prime in Italia, ha immediatamente adottato il computer come mezzo di lavoro. La più che decennale esperienza nel settore e l'incalzare delle nuove tecnologie mi ha indotto nella prima metà degli Anni Novanta a intraprendere la strada di Internet e a realizzare nel 1996, pioniera in Italia,  un'agenzia d'informazione telematica.  Eppure, a venticinque anni di distanza da quella visita al quotidiano "Il Tempo", pur essendo forzosamente legata a filo doppio con il personal computer, il mio immaginario giornalistico rimane legato alla visione della linotype e al fascino di un giornalismo in tutti i suoi aspetti collettivamente "a misura d'uomo".

«Grazie per avermi indotto a ricordare».

Maria FERRANTE, Direttore responsabile Italian Network (7 ottobre 2000)

 

I beati cento linotipisti di Padre Kolbe

MODENA. «Credo possa farle piacere una mia breve testimonianza sulla cara vecchia Linotype negli articoli scritti per conto del Consiglio d'Europa e che troverà sul mio sito www.guaraldi.it alla pagina "on demand" Relazione per Berlino. Ma anche in altri miei scritti (veda anche Avvenimenti) troverà accenni a quei tempi vicinissimi e ormai lontanissimi: tanto da essere ormai considerato il primo editore on line all'interno del gruppo www.logos.it/wordtheque, con oltre 17 mila titoli digitali in 113 lingue. Infine una segnalazione: pochi sanno che S. Massimiliano Kolbe era in realtà uno dei massimi editori polacchi, fondatore di riviste e quotidiani, che aveva creato una struttura dove i suoi frati minori erano tutti linotipisti! E c'è una foto nel libro dei suoi scritti e memorie che ritrae un gigantesco stanzone con oltre 100 linotype e altrettanti frati alle tastiere...».

Mario GUARALDI, Editore (4 ottobre 2000)

 

«... Rivedo come fosse ieri i pacchi di piombo legati con lo spago, accatastati in attesa di una (sperata) ristampa nel corridoio che portava al mio ufficio, in via Masaccio. Le visite in Linotipia! Quel cristallino rumore metallico, assordante ma non sgradevole, dei caratteri che correvano dai serbatoi verso la camera di fusione del piombo; quelle righe controllate al volo ancora calde da scottarsi le dita, imparando a leggere all'incontrario come Galileo. E i cliché di zinco? Non erano una meraviglia? Le quadricromie di allora erano un miracolo di bravura: la messa a registro di quattro lastre, una per colore, di per sé un'opera d'arte. Ricordo che feci una scultura con delle lastre di zinco inchiodate su di un tronco. L'ho conservata a lungo, non riesco a ricordare quando l'ho buttata, e perché. 

«Poi la fotocomposizione divorò le Linotype. Scomparse in pochi anni... Un specie estinta in un fiat, come i dinosauri. Padre Kolbe, quando era il potente editore de "La Milizia dell'Immacolata" (l'antenato in senso stretto di "Famiglia Cristiana"...), ne aveva cento tutte funzionanti nello stesso gigantesco stanzone, manovrate da altrettanti frati...

«Ma anche le grandi e complicate fotocompositrici avrebbero fatto la stessa fine: divorate questa volta da un affarino su cui nessuno avrebbe scommesso due lire, il personal computer, un giocattolo o poco più...».

Da «Ridisegnare il futuro del sistema editoriale», relazione virtuale di Mario Guaraldi (Torino, ottobre 1998). Per gentile concessione dell'Autore.

 

Nostalgia della vecchia tipografia

MILANO. «Ho grande nostalgia della tipografia e dei tipografi (impaginazione e linotipia) del vecchio "Giorno" (dove ho lavorato per 19 anni, dal 1965 al 1983). Le nuove tecnologie hanno travolto tipografi e giornalisti. Tutto è cambiato. Non sono sicuro che siano migliori i tempi odierni, soprattutto sul piano umano».

Franco ABRUZZO, presidente Ordine Giornalisti della Lombardia (3 ottobre 2000)

 

Un brindisi (con il latte) alla Linotype

SIVIGLIA (Spagna). «Complimenti per il suo sito sulla Linotype. Lo raccomanderò immediatamente e intanto mi muovo per scrivere un articolo sopra quell'arte. Ho conosciuto la linotype durante i miei trent'anni come redattore al giornale "ABC" di Siviglia: i compositori, le casse, le matrici, la calda riga di piombo, le correzioni... Una meraviglia. Brindo con un bicchiere di latte (contro il saturnismo) al buon esito del tuo lavoro. Felicitazioni con il suono delle matrici che cadono nel magazzino della linotype...». 

Antonio BURGOS, scrittore e giornalista, El RedCuadro (2 ottobre 2000)

 

Perché i giornalisti portavano il cappello

NEW YORK (Usa). «Mi piace l'idea che qualcuno cerchi di conservare la memoria e il fascino (anche pericoloso) del mondo delle linotype. Ti è mai capitato di notare nei vecchi film di Hollywood ambientati nelle redazioni dei giornali che la maggior parte dei giornalisti, soprattutto quelli dello sport, indossano sempre il loro cappello anche al lavoro? Una volta un vecchio giornalista sportivo mi ha spiegato la ragione. Le redazioni sportive per qualche motivo erano sempre collocate nei sotterranei delle redazioni, e finivano così sempre sotto la sala delle linotype, i pavimenti in legno erano spesso sgangherati e qualche volta gocce di piombo passavano attraverso le fessure del pavimento e finivano sui tavoli delle redazioni sportive. Il cappello era, insomma, una difesa». 

Paolo LONGO, giornalista della Rai (22 settembre 2000)

 

Da linotipista a scrittore

PACIFIC GROVE (Canada). «Sono stato linotipista per parecchi anni, l'ultima volta che mi sono seduto sulla Linotype era il 1975. Gettata via la composizione a caldo mi hanno indirizzato alla fotocomposizione. Così sino al 1982, quando mi sono ritirato e ho cominciato a scrivere libri. Un lavoro certamente più soddisfacente del badare a freddi computers». 

John HOWELLS (16 settembre 2000)

 

Linotype, ti amo (nonostante tutto)

ASHEVILLE, N.C. (Usa). «Avevo 11 anni quando mio padre, un assistente rurale dello Iowa, aveva comprato la nostra prima linotype. Quando avevo appena sei anni, mio padre ha cominciato a insegnarmi, insieme con i miei quattro fratelli e le mie tre sorelle, la composizione a mano e a stampare su una piccola pressa. Lavorando a quest'ultima mi portai via mezzo pollice, a ricordo del mio impegno per la stampa. Il 2 gennaio 1953 fu un grande giorno: in quell'occasione, dopo averla smontata, entrò nel nostro scantinato una Linotype modello L in ottimo stato. Incominciai con i piccoli lavori: spazzolare il pistone, pulire gli spazi mobili, raddrizzare le matrici piegate. Ho amato molto quella macchina.

«Cinque anni più tardi per me era venuto il tempo di frequentare l'università. Avevo messo da parte 2000 dollari che costituivano allora un fondo per sostenere le spese delle tasse scolastiche, della stanza e dell'iscrizione al Presbyterian College per circa due anni. Allora un linotipista guadagnava 10 dollari all'ora. Dissi a mio padre: perché non potrei trovare un'altra linotype, portarmela presso il college e, lavorando, guadagnare abbastanza per tutti e quattro gli anni dell'università?

«Convinsi mio padre che mi aiutò a trovare una Modello 8 che comprai per 2000 dollari, tutti i miei risparmi. Io e il nonno caricammo la Linotype su un rimorchio e da Dubuque, nello Iowa, seguimmo il Mississippi sino a St. Louis.

«Una calda mattina di agosto abbiamo iniziato il trasferimento della Linotype dal rimorchio a un locale sottoscala. Forse per disattenzione o per un fatale destino una cinghia si spezzò e la Linotype si piegò pericolosamente su un fianco. Un'altra catena si ruppe e la già instabile  Linotype precipitò allora lungo la scala. Ho pianto.

«Avrei dovuto lasciar perdere tutto. Ma, insensatamente, ho cercato e trovato un saldatore che non aveva mai visto una Linotype prima di allora. Insieme abbiamo raccolto e riunito le dozzine di parti rotte e abbiamo impiegato sei mesi per mettere i pezzi insieme convinti che saremmo riusciti a farla funzionare. Quando riuscimmo finalmente a farla girare mi resi conto che la composizione che forniva era imprecisa e irregolare tanto che non avrei potuto convincere nessuno a fornirmi lavoro. Fu una perdita colossale, uno dei fallimenti che segnano una vita.

«Ma, stranamente, non ho mai perso il mio amore per la Linotype. Quarantun anni più tardi, vivendo ad Asheville, N.C., ho avuto ancora occasione di avere un'altra Linotype da sistemare in un piccolo museo di storia della stampa: un giornale dell'Illinois ci ha dato una Modello 14 che uso ancora frequentemente per incantare i bambini e gli adulti».

Joel BELZ (13 giugno 2000)

 

Un linotipista attraverso i giornali

MODESTO (California). «La visita al sito "Linotype & Linotipisti" ha risvegliato in me moltissimi ricordi. Sono stato linotipista e come tutti i linotipisti ho iniziato pulendo le linotype e fondendo le barre di piombo presso "El Informador" nella città di Guadalajara in Messico. Dopo due anni di apprendistato diventai linotipista nel 1952. In qualità di linotipista il mio operato venne richiesto da altri giornali (non ne esistevano molti) di tendenze opposte nel mio paese di origine e di conseguenza si lavorava nell'ombra. Il mio impegno successivo fu per "El Centinela" nel Messico del Nord.

«Nel 1958 emigrai in California: il mio primo impiego in terra californiana fu per "O Journal Portugues". Quando finalmente le linotype furono predisposte per lavorare con le appropriate accentature dei diversi idiomi il proprietario del giornale decise di stampare quotidiani spagnoli, francesi e italiani. Nacquero così "La Tribuna", "La Gazzetta" e "Il Mondo Italiano". Nel 1962 incominciai a lavorare a "La Tribuna" che poco dopo si convertì alla rivoluzionaria "stampa a freddo". Allora rinunciai al posto in quel giornale e andai a prestare la mia opera di linotipista al "The Morning News".

«Cercavo di evitare la nuova tecnologia, ma mi sbagliavo! Questa editrice stava già introducendo la "Linofilm", la prima macchina compositrice computerizzata. Imparai così la nuova tecnica, ma la "Linofilm", dopo circa tre mesi, fu abbandonata e noi tornammo alla cara Linotype. Photon intanto rimpiazzò la Linofilm e si dimostrò efficace. Dopo arrivarono altri sistemi: Digital, Harris, eccetera eccetera.

«Ma fu la Linotype che mi fornì la capacità di maturare la mia esperienza come operatore in un quotidiano. Da un linotipista all'altro... Un saludo caluroso».

Ernesto R. GOMEZ (12 maggio 2000)

 

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Idea, grafica e realizzazione di

Giorgio Coraglia

 

info@linotipia.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Il linotipista sbarcato ad Anzio

CINCINNATI (Ohio). «Ho trovato il vostro sito e ho approfittato del programma di traduzione per poter leggere tranquillamente e godermi il contenuto. Ho problemi alla vista, ma grazie alla mia "lampada di Aladino" riesco a scavalcarli. E' un sito veramente completo. Non sapevo, per esempio, che Mergenthaler fosse morto così giovane. Avevo letto invece che Mark Twain era andato in bancarotta cercando di brevettare anche lui una macchina per la composizione meccanica pensata da James Paige. Io sono stato uno dei proprietari del "Peerless Printing Co." di Cincinnati (Ohio). Abbiamo avuto sei linotype, dall'inizio degli Anni 40 sino a quando sono andato in pensione nel 1981. Erano linotype modello 5, 8, 14 e "Blue Streak". Quando sono andato in pensione c'è stata la conversione nella composizione a freddo. Alcune delle vostre illustrazioni sembrano essere prese da un libro "Linotype Machine Principles" che è ancora in mio possesso. Le uniche fotografie che ancora possiedo sono state prese quando, con le gru, abbiamo fatto scendere le linotype dal terzo piano sino al camion. Ho trovato anche una vecchia fotografia della fallimentare macchina di Paige.

«Nel 1940 ero nel vostro Paese, vicino a Napoli, a Roma e ai fiume di Volturno. Nella seconda guerra mondiale ho fatto la campagna nell'Africa del Nord, sono sbarcato in Sicilia e ad Anzio. Intanto mio padre lavorava alla linotype ed è stato il miglior linotipista che abbia mai conosciuto».

 William S. DAVIS (29 marzo 2000)

 

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Cincinnati. The «flying Linotypes»: la linotype se ne va dalla Peerless Printing Co. «The lowering of the Linotype». La messa a riposo delle linotype dopo l'arrivo delle nuove tecnologie. Sotto: Bill Davis alla tastiera

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CINCINNATI (Ohio). «Caro Giorgio, ho ritrovato ancora tre fotografie dell'epoca, che ritengo siano più significative. Due di queste ritraggono le linotype nell'interno della nostra tipografia prima che venissero spostate. Io sono seduto a una modello 8 quando i miei capelli bianchi erano ancora neri. Si vede anche una modello 8S.

«Mi ricordo che, seduto a quella linotype, ascoltai alla radio la notizia dell'assassinio di John Kennedy. La nostra azienda, la "Peerless Printing Co.", era un centro stampa in cui venivano composte ben tre riviste: "Signe of Times", "Display World" e "Screen Printing Magazine".

«L'ultima fotografia è quella di una "Linotype volante". Ritorno a guardare con piacere il tuo sito».

William S. DAVIS (2 aprile 2000)

 

Linotype: per maestri e scolari

MILANO. «Complimenti per il bellissimo lavoro svolto, le macchine sembrano ormai pezzi da museo, ma le immagini e i testi che scorrono indicano la sua passione e l'amore per la professione e per l'ambiente in cui ha lavorato. Dal 1972 all'ufficio diffusione de ''l'Unità'' a Milano, ho avuto l'occasione di conoscere il mondo dei tipografi: il salone con la parata delle linotype, le ''Ludlow'' (le macchine per fare i titoli), i carrelli per trasportare le pagine di piombo nei telai, i flans e quant'altro appartiene ormai alla storia dei giornali e di quanti vi hanno lavorato per diffondere l'informazione. Eravate una categoria altamente specializzata con un'alta coscienza e dignità per la professione svolta, e per me, giovane diciassettenne, entrare nel reparto dei tipografi era come entrare nel mondo dei ''maestri''. Ho accompagnato parecchie scolaresche a visitare i vari reparti per imparare come si fa un giornale, e ogni volta il fascino delle linotype era insuperabile anche per gli sguardi degli studenti. Grazie ancora per aver messo in rete questi pezzi di storia dell'informazione stampata».

Claudio DE BIAGGI (20 marzo 2000)

 

Linotipisti: una razza rara

GISBORNE (Nuova Zelanda). «Vivo a Gisborne, Nuova Zelanda, e lavoro al ''Gisborne Herald'', il quotidiano locale della nostra zona. Il nostro editore ci ha portato a conoscenza della sua e-mail e io mi sono offerto di rispondere anche a nome degli ultimi linotipisti che ancora lavorano al ''Gisborne'', ormai occupati in altre nuove mansioni in un giornale divenuto elettronico. Ho iniziato a lavorare nel 1957, avevamo una Linotype Mod. 14 e sette Intertype. Sono poi arrivate ancora altre tre Intertype fino al 1976 quando abbiamo iniziato a lavorare anche in fotocomposizione: dalla composizione si ricavava la striscia fotocomposta che veniva incollata sulle pagine. Oggi invece basta uno schermo bianco sul computer e il calcolatore provvede a creare una pagina con titoli, testo e pubblicità. Chiunque può svolgere questo lavoro che un tempo era invece delegato a personale professionalmente specializzato. Era allora necessario un apprendistato quinquennale e tante volte il linotipista a richiesta doveva anche adoperarsi come compositore a mano. Allora si doveva scegliere il livello dell'apprendistato: compositore a mano e poi, al livello superiore, compositore a macchina. Il linotipista era anche un compositore a mano, mai viceversa.

«Oggi soltanto più tre linotipisti che, dagli Anni 50, lavorano ancora al ''Gisborne'': io, Graeme Miller e Trevor Petterson. Un altro ex linotipista, Ray Bates, è stato pensionato un anno fa. Abbiamo ancora un'Intertype funzionante al ''Gisborne Herald'' e la usiamo occasionalmente per un'azienda locale che produce maglieria: prepariamo le righe per sovrastampare i pacchetti della maglieria con le scritte: ''grande'', ''media'', ''rosso''. Altre due Intertype sono state ospitate nel Museo locale di tecnologia insieme con il resto del macchinario da stampa. Alcune delle nostre Intertype erano dotate anche di sega e dispositivo idraulico di chiusura e centratura; altre tre macchine sono state adattate alla composizione automatica Teletypesetter, con il lettore meccanico a nastro perforato.

«Abbiamo dei ricordi piacevoli, anche se qualcuno ha ancora qualche segno delle fatali ''sbruffate'' che spandevano il piombo fuso dappertutto. Ricordiamo il rito della pulizia degli spazi con la grafite, la riga che scottava le dita, le matrici da pulire e da rimettere nel magazzino, il cambio delle fisse e delle misurine nelle mould, lo spingiriga che si incastrava nella riga quando il piombo era troppo caldo, il cambio dei pesanti magazzini. Una professione per uomini veri!

«Un esame del sangue ogni sei mesi per controllare che non ci fossero tracce del velenoso piombo, i pavimenti che venivano inumiditi per non alzare polvere quando si scopavano le scorie di piombo.

«Gli odierni operatori devono soltanto essere conoscitori del computer (con un buona istruzione di ortografia e matematica), sono pronti in 32 mesi. Tuttavia ci sono sempre meno apprendisti poiché si preferisce prendere gente di fuori: costa meno, anche se il lavoro è più scadente.

«Qualcuno vorrebbe ritornare all'antico? Credo di no. Non c'è più il rumore delle dieci linotype, le righe non bruciano più le dita, gli spazi da pulire con la grafite, le scorie di piombo sui pavimenti e le mani sporche tutto il giorno. Oggi ci sediamo in uffici con l'aria condizionata, l'unica distrazione è il ronzìo leggero del calcolatore. Possiamo esplorare testi e immagini, abbiamo macchine fotografiche digitali e tante altre meravigliose diavolerie che dobbiamo tuttavia aggiornare ogni mese per seguire gli sviluppi della tecnologia. La linotype era rumorosa, puzzolente e calda, aveva necessità di una continua manutenzione, ma forniva un'eccezionale occupazione a una razza rara di persone: i linotipisti».

Rodney CLAGUE, linotype operator «The Gisborne Herald» (9 marzo 2000)

 

La mia Mod. 78 al Museo di Kadina (Australia)

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KADINA (Australia). «Ho iniziato l'apprendistato a 15 anni presso lo ''York Peninsula Country Times'' come compositore a mano e linotipista. E' durato sei anni, io viaggiavo ad Adelaide per due settimane all'anno, il resto del corso era poi per corrispondenza. Mi divertii molti anni lavorando a una nuovissima (a quei tempi) Modello 78 inglese. Quella linotype è adesso terminata nel museo della stampa di Kadina. E' ferma, avrebbe bisogno di manutenzione: allora la tenevo sempre al top della condizione, lubrificata e pulita così come quotidianamente pulivo gli spazi. Poi ho lavorato al computer, usavo un Apple Machintosch, e il lavoro mi piaceva».

Dennis GILL (9 marzo 2000)

 

Il fascino discreto della Linotype

VENEZUELA. «Sono il gerente di produzione del giornale ''El Nacional''. Mi ha fatto veramente piacere conoscere la pagina di ''Linotype'' che non conoscevo. E' senza dubbio una marca che ha un fascino unico nel mondo grafico. Sono da appena cinque anni il responsabile dell'area di produzione di ''El Nacional'' e non ho purtroppo conosciuto alcun linotipista né ho potuto vedere la linotype al lavoro. Abbiamo però una macchina esposta nell'entrata del giornale. Tuttavia cercherò di reperire tutte le informazioni possibili sulle macchine e le persone che vi lavoravano. Curiosamente, sono responsabile della automatizzazione e della corsa verso le operazioni sempre più digitali. Sono un grande amante della Linotype-Hell/Heidelberg però nella nuova versione tecnologica (scanners e imagesetters): forse non hanno il fascino delle Linotype di una volta ma ne conservano la stessa efficienza».

José ABBATE, «El Nacional», Venezuela (8 marzo 2000)  

 

Veloce e senza errori

CALIFORNIA. «Grazie per avermi contattato. Ho lavorato come linotipista dal 1959 al '62 presso un college e ho avuto due linotype nei settimanali che pubblicavo. Erano delle grandi macchine. Penso siano state abbandonate troppo presto, anche se le nuove tecnologie oggi sono indispensabili. Sono spiacente che il sito non sia tradotto in inglese per poterlo meglio apprezzare. Quando ero linotipista mi conoscevano come "veloce" (3-4 colonne all'ora con 4-5 errori per vantaggio). Ero orgoglioso quando riuscivo a comporre un vantaggio senza errori. I miei migliori auguri per il tuo lavoro».

Charles DOUD, Editor «The Daily Independent», Ridgecrest (8 marzo 2000)

 

Il linotipista sale in cattedra

TEXAS. «Sono contento di risentire parlare di linotype. E' affascinante rivedere la vecchia tecnologia nell'era di Internet. Anch'io ero linotipista nel 1952 quando mi sono iscritto alla scuola di giornalismo e di stampa dell'Università di Stato del Dakota del Sud. Mi sono laureato dopo cinque anni. Il mio maestro di linotype è stato E. G. Harding, un vero esperto che scriveva anche su un mensile di arti grafiche. Stupivo i colleghi del giornale dicendo loro che sarei riuscito a rimontare partendo dallo scheletro una Linotype modello 5 in un giorno solo. Ed era un coro di ''Wow''; oggi direbbero: ''Che cos'è una linotype?''.

«Negli ultimi due anni di Università continuavo a lavorare come linotipista nei giornali del Dakota del Sud. Tra lo studio e il lavoro avevo poco tempo da dedicare al sonno. Il mio primo impiego dopo la laurea fu quello di editore di un grande giornale settimanale del Dakota del Nord, ai confini con il Canada. Scrivevo, preparavo le pagine, sorvegliavo la tipografia e curavo la stampa. E per altri cinque anni ho lavorato ancora alla linotype. L'ultimo contatto come linotipista l'ho avuto nel 1983 a Helsinki, in Finlandia. Ero ospite dell'Helsingin Sanomat, il più grande giornale quotidiano finlandese, altamente tecnologizzato. Ho potuto visitare in quel Paese un eccellente museo della stampa dove ho trovato Linotype e Ludlow perfettamente funzionanti. Mi hanno lasciato sedere e ho potuto comporre qualche riga. E' stata un'esperienza stupefacente: dopo 25 anni non ho avuto difficoltà a far funzionare la macchina!

«Dopo la laurea e dopo un biennio come editore, sono stato chiamato dall'Università di Stato dell'Idaho come professore di giornalismo. Ho poi ricevuto un rinoscimento nella ricerca e nella comunicazione dall'Università del Sud dell'Illinois-Carnbondale nel 1970. I sette anni successivi ho insegnato al SIU-C e all'Università di Oklahoma. Dopo, per tre anni, ho fatto un'esperienza con un istituto di ricerca di mercato. Nel 1980 sono tornato a insegnare all'Università Cristiana del Texas, in Fort Worth e, dopo vent'anni, mi ritirerò quest'estate.

«Insegno grafica elettronica, ho anche altri corsi di Photoshop, QuarkXPress e di costruzione di pagine Web, materie che sembrerebbero sconosciute a un vecchio linotipista che si ricorda ancora la prima volta che ha visto una macchina da stampa.

«Il mondo è effettivamente cambiato. La nostra professione e i giornali sono cambiati di più durante gli ultimi venticinque anni che non nei cinque secoli che vanno da Gutenberg alla linotype. Prima si era migliorata soltanto la velocità di composizione. Oggi è tutto rivoluzionato, molto di più di quanto si sarebbe potuto immaginare.

«Sono però molto contento di vedere i tuoi sforzi per mantenere la memoria dei giorni felici (e di qualcuno meno felice, quando una sbruffata al calor bianco raggiungeva qualche nostra zona scoperta). Io vorrei che come Gutenberg è stato considerato l'uomo più importante del millennio passato, anche Mergenthaler potesse sedersi alla sua destra come inventore altrettanto talentuoso.

«Un'ultima cosa: Grotta non è un nome italiano. I miei nonni nel 1880 sono venuti dalla Norvegia in una fattoria del Dakota del Sud. Avrei ancora altre esperienze di linotype da raccontare. Fra poco sarò in pensione, avremo tempo».

Gerald GROTTA, Burleson (24 febbraio 2000)

 

Amarcord della linotype

LUSSEMBURGO. «L'odore dell'inchiostro ha per me effetti inebrianti. Ricordo benissimo le linotype con cui le mie prime pubblicazioni sono state composte, e le bozze di stampa con la chiara impronta del metallo. Ricordo anche con un po' di nostalgia quando dettavo le correzioni da apportare al testo a qualche suo collega, che con estrema pazienza seguiva, spesso anticipandole, le mie indicazioni. Si trattava di persone dotate di una cultura sorprendente e del tutto particolare. Una cultura non appresa sui libri, ma quasi trasmessa dalla tastiera attraverso il fuoco della fusione».

Dottor Onofrio SPECIALE, incaricato dell'Istituto Italiano di Cultura del Lussemburgo, ex dirigente della Calcografia Nazionale (oggi Istituto Nazionale per la Grafica) - (2 febbraio 2000)

 

Il regalo del linotipista

MILANO. «Ho anch'io ricordi legati alla Linotype: mio padre, giornalista, mi portava da bambino in tipografia e poi alle rotative a vedere come nasceva fisicamente il giornale, e ricordo i retini delle foto e le righe in piombo col mio nome che mi regalavano i linotipisti».

Paolo FARANDA, webmaster del «Diario» - www.diario.it - (20 gennaio 2000)

 

Vecchi ricordi di grandi rimpianti

TORINO. «Caro Giorgio Coraglia, ho visto per la prima volta una linotype da bambino. Mio padre era giornalista e mi portò, di notte, a vedere redazione e tipografia. La prima mi apparve come mi sarebbero sempre apparsi i giornali e le tv nel futuro. Come un gruppo di uomini e donne (allora poche) intenti e trafelati per dare al mondo le notizie del mondo. Ma la passione nacque in tipografia. Ruggiva una rotativa, credo fosse una vecchia Koenig&Bauer. Sui banconi di marmo i tipografi allineavano, carattere dopo carattere, le righe dei titoli: nulla sapevo allora, ma era la stessa tecnica di Gutenberg. Anni dopo a Roma, dove si gridava "Carello" (con una sola erre!) per chiamare l'operaio che trasportava la pagina di piombo ai flani, ne vidi andare in aria una. O meglio: attesi per ore alla mitica trattoria Cesaretto il collega che doveva arrivare e passò la sera, carponi, a cercare le righe con i tipografi. Regina della tipografia era la linotype. Con il suo frusciare di tasti, appena sfiorati dall'operatore, come la tastiera di un organo barocco. Con le sue righe di testo brillanti per il calore e schiaffate a lato dal lungo braccio meccanico. E soprattutto, almeno per un bambino, con il crogiolo dove fondeva il piombo. Nel nero della macchina l'argento del piombo fuso era un brillare misterioso. La promessa che l'informazione facesse brillare il mondo, fugasse l'ignoranza, abbattesse l'ingiustizia, creasse e distribuisse ricchezza. Sogni, certo, caro amico. Ma da allora la penso così. E, su Internet, la prima rivoluzione dopo Gutenberg, è bello oggi celebrare la linotype: ricordo il mio amico Piero Bertolini, meccanico di linotype, che all'avvento del computer, si trasformò in impaginatore (ricorda le prime pagine a cera?). Ogni notte, curvo sul bancone, rimpiangeva le linotype».

«Pensieri & Parole» di Gianni RIOTTA. «La Stampa Web» (19 dicembre 1999)

 

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