LINOTYPE & LINOTIPISTI

l'arte di fondere i pensieri in piombo

 

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Il percorso della matrice

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RICORDANDO LA LINOTYPE
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Etaoin
Linotype in filatelia

Linotypistes
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One last line of type

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Gazzetta del Popolo (Torino)
Tribuna de Lavras (Brasile)

La Nación (Argentina)

El Clarín (Argentina)

The Modesto Bee (California)

Herald & Weekly Times (Australia)

 

 

 

La Stampa

Torino. Il 9 febbraio 1867 nasce la «Gazzetta Piemontese». Trent'anni dopo Alfredo Frassati prende le redini della storica testata per farne «La Stampa»

 

Domenica 31 marzo 1895 la «Gazzetta Piemontese» cambia nome: nasce «La Stampa», il grande giornale dell'Italia moderna - Oltre cent'anni di «Stampa»: da via Bertola 21 a via Bertolotti fino al 1934, poi passerà in Galleria San Federico e infine, nel Ferragosto del 1968, si trasferisce nella sede attuale di via Marenco 32

 

di Giorgio Calcagno

 

La mattina del 31 marzo 1895, domenica, i lettori torinesi trovarono in edicola una nuova testata, «La Stampa». Non era in sé un nuovo giornale: perché quella scritta grande, in caratteri rimasti fino a oggi inalterati, si innestava sul tronco di un quotidiano nato 29 anni prima, la «Gazzetta Piemontese» di Vittorio Bersezio. Era un giornale nuovo che guardava all'Europa, come nuovo era Alfredo Frassati, il personaggio arrivato da Biella sul ponte di comando del giornale che ha poi animato nei trent'anni successivi.

Nella stessa posizione di prima resistevano il motto «Frangar non flectar» e il prezzo, immutato dal 1867, «Cent. 5 in tutta Italia».

In quegli ultimi anni la vendita era scesa da 25 mila a settemila copie. Ma con l'avvento di Alfredo Frassati la tendenza s'inverte. I giornalisti trasmettono per telegrafo. Arriva, novissima cosa, la Linotype, tra le prime in Italia.

 

 

Ecco il reparto Linotype dell'antica sede di via Bertolotti. Il giornale tra il 1930 e il 1934, in occasione della ristrutturazione di via Roma, si preparò al suo primo nuovo stabilimento in Galleria San Federico dove rimase fino al 1968 (da «Note di Stampa 2002»)

Il 20 maggio del 1915 le copie sono già trecentomila. Le linotype arrivarono poi fino a trentasette.

«La Stampa», 30 marzo 1995

 

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Siamo alla fine degli Anni Sessanta. La linotype è la regina della tipografia (Foto La Stampa)

 

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Dal piombo alla composizione a freddo

 

C’era una volta il tipografo

 

Ricordi e alchimie, tinti di inchiostro

di Giorgio Calcagno

Una volta c’era il tipografo. Apparteneva a una tribù antica, di severo lignaggio, di rude aristocrazia operaia. Il praticante giornalista che entrava in un quotidiano doveva subito fare i conti con lui; e da lui riceveva il primo esame.

Lavoravano con il piombo, quei personaggi, e del piombo sembravano aver preso la durezza e la solidità. Il loro lavoro ti insegnava, più di qualsiasi lezione, che non soltanto le parole erano pietre, ma le singole lettere, in tipografia, avevano una spigolosità minerale: di un metallo forte, rigido, con cui non era permesso gingillarsi. Quando una riga usciva dalla linotype, bollente – e soltanto quei mandrake le sapevano prendere con le mani – bisognava rispettarla.

… Neri eravamo un po’ tutti, in quegli anni: e in quel colore di inchiostro ci sentivamo accomunati, dalle due parti del bancone. Erano neri i loro grembiuli, neri i colletti delle nostre camicie bianche; nere, quasi allo stesso modo, le mani. E spesso anche la faccia.

Adesso non c’è più nessuno col grembiule nero, in tipografia. Anzi, non c’è neppure più la tipografia, nel grande spazio silenzioso dove i machiavelli elettronici hanno messo a tacere da anni il martellìo della linotype. … Possiamo andare al bancone con la camicia bianca, fiduciosi che il colletto non ci tradirà per alcune ore. E anche il loro grembiule è bianco. Lavoriamo, noi e loro, dalla stessa parte del bancone.

… Soltanto un nome non abbiamo trovato: quello per definire la loro professione. Non abbiamo voluto cercarlo. Anche se i sistemi di lavoro sono diversi, sono sempre loro quelli che dànno l’esame a chi arriva nuovo nelle redazioni; quelli che ci buttano un salvagente, nei passi pericolosi. Anche se hanno cambiato l’arte del piombo con le sofisticazioni del computer, rimangono loro i veri maestri del giornale, quelli che ci consentono di mandare il giornale in rotativa, tutte le sere. E noi continuiamo, nell’era dei tip e dei cor, a chiamarli tipografi, come quando ci parlavamo in dialetto.

Da «Una svolta - una sfida, la trasformazione del nostro giornale e le nuove realtà dei quotidiani», inserto de «La Stampa» del giugno 1989.

 

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Fine Anni 70. Le ultime moderne Linotype automatiche che hanno fatto da trait-d'union con le nuove tecnologie (Archivio La Stampa)

 

 

L'ultima pagina a caldo de «La Stampa»

 

Nel supplemento a «La Stampa» del 15 dicembre 1983 - «"La Stampa" dà di più» - compare un articolo di Luciano Curino che spiega com'è avvenuta la trasformazione tecnologica che ha portato il giornale torinese all'avanguardia dei quotidiani europei e racconta l'ultima notte delle linotype, lunedì 16 ottobre 1978 nella tipografia di via Marenco, a Torino. Le ultime righe di piombo annunciano l'elezione di Papa Wojtyla. Il giorno dopo il titolo: «A "La Stampa" il computer sostituisce Gutenberg» informa che il vecchio mondo della tipografia è finito.

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Per l'ultima volta toccai il piombo

di Luciano Curino

Le linotype de «La Stampa» hanno battuto l'ultima volta per l'elezione del Papa, il cardinale polacco Karol Wojtyla, poi hanno taciuto per sempre. Era la sera di lunedì 16 ottobre 1978. La sera dopo il giornale è stato composto con tecnica diversa, e vi era nella seconda pagina un titolo che informava: «A "La Stampa" il computer sostituisce Gutenberg». Sotto il titolo, due fotografie accostate: una con la vecchia linotype, l'altra con il computer, diventato quasi un totem nell'era elettronica. 

... Il «nuovo» giornale, per chi ci aveva lavorato, aveva significato la fine di un mondo. Il mondo finito era la tipografia con la fila delle imponenti linotype, che con il loro rumore segnavano il ritmo del lavoro; con i pesanti e neri banconi e sopra i telai delle pagine, la chiave per serrarli e il carrello per portarli alla pressa; con le casse dei caratteri mobili per i titoli, con le righe e i pacchi di piombo legati con lo spago, il rullo per inchiostrare, la carta umida per le bozze; con i cliché di zinco e la tagliatrice per rifilarli. I tipografi avevano camice nero e mani sporche d'inchiostro, sempre. Un gergo, gesti, rituali stabiliti da generazioni di tipografi, e nessuno pensava sarebbero mai cambiati.

... Il problema grosso, e delicato, era umano, era quello dei tipografi con il loro orgoglio professionale. Un orgoglio legittimo, perché per diventare tipografo occorrono sette anni di scuola tecnica, ce ne volevano altri due per diventare linotipista.

... E siamo arrivati al giorno che, per la prima volta, tutta «La Stampa» è composta e impaginata con la nuova tecnica. Ricorda Stefano Mana, allora proto della tipografia: «E' martedì 17 ottobre, un numero di venti pagine..."Stampa Sera" esce già tutta fotocomposta; da una settimana anche "La Stampa", meno la prima e la seconda pagina, ancora lavorate "a caldo"... Si chiude alle 11,20 o qualche minuto dopo». 

Tutti sembrano soddisfatti e c'è anche un po' di festa. ... Alla fine di quel po' di festa, al momento di andarsene, si fa caso a un grande sipario di plastica che nasconde le ultime linotype rimaste. Ed è adesso che si capisce perché questa sera a un certo momento è sembrata diversa dalle altre.

Stasera, per la prima volta, tutte le linotype sono rimaste ferme: non era mai accaduto che in tipografia non si sentisse il tic-tac delle matrici che cadono. Se qualcuno non ci aveva pensato prima se ne accorge adesso: martedì 17 ottobre 1978 a «La Stampa» il vecchio mondo della tipografia è finito: Il computer, dice oggi un titolo, ha sostituito Gutenberg.

 

Il titolo in seconda pagina di mercoledì 18 ottobre 1978

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Idea, grafica e realizzazione di

Giorgio Coraglia

 

info@linotipia.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Lollo, Loren e Linotype

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E' una pagina di "Papiri e Papere" del 1956, numero unico che circolava in azienda in occasione del Carnevale, quando nel Salone del giornale si svolgeva il Veglionissimo e quando ancora le linotype fondevano il piombo e le dive il cuore. (Per gentile concessione di Enrico Tallone)

 

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Il nostro giornale

 

Rumore, odore. O forse musica, forse profumo. Un sommesso sferragliare lungo il corridoio verso la tipografia. Spalancata la porta, un’ondata di suoni: quaranta, cinquanta linotype in azione. Era così la sala macchine del «Titanic»? In quel mare sonoro l’orecchio si ambientava rapido, si metteva a suo agio, percepiva ritmi e memorie musicali. L’aria sapeva di fuoco, di piombo, d’inchiostro. Ma leggermente. Diventava presto un sentore famigliare, amico. Intorno, dovunque, lavoro. Si faceva frenetico nei momenti risolutivi quando linotipisti, compositori di titoli a mano, impaginatori, correttori davano il massimo di efficienza, precisione, rapidità perché le migliaia di righe di piombo diventate pagine, poi cilindri, s’innestassero nella giostra turbinosa delle rotative e stampassero il giornale puntualmente. Ogni sera una lotta contro il tempo per caricare all’ora giusta «La Stampa» sui furgoni e avviarla alla sua vita effimera eppure così necessaria.

Il tempo! Chi oggi si sente padrone del tempo con la sua tastierina elettronica in pugno non immagina neppure che cosa significasse lottare con l’orologio - nervi, dita, gambe - per le ultime tre righe di piombo roventi che il linotipista ti metteva in mano avvolte in una striscia di carta bagnata per non ustionarti. Le passavi rapido all’impaginatore che le collocasse nel varco giusto, serrasse con due colpi la balestra e gridasse: «Nero e bianco!». Era la mèta conquistata: il precipitoso arrivo del rullo nero gocciolante d’inchiostro, del foglio di carta umida, del rullo bianco, pulito. Era finalmente la bozza. Tipografi, redattori, correttori vi si accanivano in caccia di un refuso, sperando di non trovarlo e poter prima possibile, «Via!», mandare la pagina all’ultimo passaggio nel fuoco.

Non rispettare i tempi poteva costare caro: era forte la concorrenza tra le testate, ostinata la gara a conquistare per primi l’edicola. Gli autisti della diffusione si sfidavano in notti di pioggia, di neve, di ghiaccio, di nebbia, qualche volta rimettendoci la vita. Per la fretta, una fretta maledetta, ma anche per il gusto di battere il collega del quotidiano rivale. Tra i linotipisti e gli impaginatori c’erano tanti Faussone – il protagonista della «Chiave a stella» di Primo Levi – orgogliosi del lavoro ben fatto, semplicemente felici se una trovata, un trucco dell’ultimo istante, una strizzata d’occhio d’intesa con il redattore avevano superato un ostacolo, salvato puntualità, tiratura e diffusione.

Quell’intendersi, quel darsi una mano ebbe momenti straordinari alla nascita di «Tuttolibri», l’ultimo figlio del fuoco e del piombo nell’Italia del Nord, l’ultima impresa delle linotype di Via Marenco. Una fotografia dell’estremo ottobre 1975 vede il direttore Arrigo Levi premere il pulsante d’avvio delle rotative pronte a sfornare il primo numero del settimanale con la data 1° novembre. Intorno a lui i tre giornalisti fondatori – Vittorio Messori, Mario Varca e io –, tipografi e rotativisti. Erano tempi di dure vertenze sindacali. La più dura coincideva proprio con il debutto della nostra creatura costretta, ancora in fasce, a trovare asilo nella tipografia di Cinisello Balsamo, vicino a Milano, dove allora Mondadori produceva «Panorama», e poi in quella torinese di Cesare Maletto.

Non furono esperienze spiacevoli: levatacce e fatiche della soluzione milanese erano compensate la sera, sulla via del ritorno, da certe soste strategiche nel Vercellese per indimenticabili salami, panisse e vini; le spole della soluzione torinese tra «La Stampa» e l’atelier del maestro grafico erano compensate dagli aneddoti che il professore narrava, dalla gioiosa accoglienza che dava ai problemi. Eppure non vedevamo l’ora di tornare a casa, nella nostra tipografia.

Dove molto si litigava tra tifosi del Toro e della Juve. Dove «A pieuv, a pieuv, a pieuv», rimbalzava da dieci, quindici, venti voci qua e là se un forestiero venuto da fuori entrava in tipografia senza togliersi il cappello. Dove «Berta! Grande Berta!», un grido corale accoglieva il proto Bertaccini, burbero e guascone, ostinato a investire i guadagni in tutto fuorché nel chiudere le finestre che l’età apriva nella sua dentatura. Dove una notte d’estate un impaginatore principe, con foga adeguata al ritardo, impugnato il rullo dell’inchiostro, lo spinse oltre la balestra della prima pagina dipingendo un lungo perfetto rettangolo nero sul doppiopetto bianco del sempre elegante vicedirettore Piero Martinotti, il quale commentò con un sussurro: «Oh, era nuovo», e prese a controllare il bozzone. Dove il grande Comazzi detto Pino pianse licenziando l’ultima pagina che aveva composta col piombo. Dove il comitato di redazione invano scongiurò di non far passare davanti a un prototipo di macchina «formatrice» un collega di «Stampa Sera» detto il Barone, nobile, solenne, con fama di iettatore: l’innocente professionista passò e la supermacchina si fermò per lo scoppio di una valvola.

Di un episodio quasi drammatico fu vittima Jemolo. Finita l’età del piombo, la composizione elettronica sfornava strisce leggere di carta che i tipografi incollavano sulla pagina di cartoncino che aveva soppiantato la balestra sui banchi luminosi, snelli nipoti dei banconi di tante battaglie. Un giorno la firma-bandiera del grande Carlo Arturo appariva in fondo a una lettera che nessun direttore avrebbe ricevuta senza trasalire. «Nel mio articolo di ieri sono esattamente saltati i due capoversi che davano senso al tutto. Mi stupisco che....». Come quei due benedetti capoversi fossero volati via senza che se ne accorgessero l’esperto impaginatore, l’ottimo redattore e gli oculatissimi correttori di quel tempo rimane un mistero.

Rumore, odore. Né l’uno né l’altro impedivano le confidenze. Accadeva soprattutto nei pomeriggi in cui l’impaginazione precoce delle Pagine dei libri della «Stampa» sorvegliata da Carlo Casalegno coincideva con quella del «Nostro Tempo», settimanale della diocesi diretto da don Carlo Chiavazza. Le due canizie – si somigliavano per i folti capelli precocemente imbiancati – si ritagliavano qualche momento di schermaglie scherzose sulla politica, sullo sport, sulle donne, argomento che – si sussurrava – li vedeva particolarmente affini.

A lungo redattore degli Esteri, Casalegno vicedirettore continuava a essere assiduo in tipografia. Alla fine di quelle che sarebbero state le sue ultime ore alla «Stampa», non volle uscire alle tredici con Arrigo Levi, sebbene il direttore molto insistesse per accompagnarlo a casa con la sua scorta, da settimane una consuetudine essendo entrambi minacciati. Carlo era stato dal dentista, si sentiva in ritardo con il lavoro. Soprattutto non aveva progettato la terza pagina con me, che da appena un mese avevo lasciato «Tuttolibri» per ritornare al quotidiano, caposervizio alla Cultura. Ci chiudemmo nella sua stanza a scegliere elzeviro, spalla, taglio: Francesco Forte sulla «Rivista di Storia Economica» di Luigi Einaudi raccolta dal figlio editore in un cofanetto di sette volumi; Renato Barilli sulla colossale mostra ad Amsterdam di Van Gogh, Frans Hals, Rembrandt e Mondrian; Alvise Zorzi su Giuseppe Volpi di Misurata a cent’anni dalla nascita.

Andammo verso la tipografia a portare i testi da comporre. Ci venne incontro il proto Stefano Mana. Bevemmo con lui tè e caffè «alla macchinetta», così Casalegno chiamava il distributore automatico. Ripercorremmo il lungo corridoio fino all’ascensore.

 

                                               Alberto Sinigaglia

 

 

Alberto Sinigaglia nel 1970 si trasferisce a Torino, dove viene assunto come redattore a La Stampa da Alberto Ronchey. Dalla redazione di politica interna passa alla Terza pagina del quotidiano; nel 1975 guida il gruppo di giornalisti che fonda con Arrigo Levi il supplemento culturale settimanale Tuttolibri. Nel 1998 diventa responsabile «Progetti editoriali» della testata. Insegna Linguaggio giornalistico presso la Facoltà di Lettere e filosofia e presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Torino ed è presidente del Centro Studi sul Giornalismo «Gino Pestelli». È presidente, dal 2010, dell'Ordine dei Giornalisti del Piemonte

 

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I linotipisti? 

Sono fatti così. Inutile cambiarli

di Tonino Cavaletto

Linotipisti? E chi sono mai costoro? Non sarebbe difficile ascoltare un interrogativo del genere in bocca a un qualsiasi giovane della generazione che si affaccia al terzo millennio. Già, i linotipisti. Poco più di vent'anni fa erano quasi ottanta nella tipografia del nostro giornale, fieri detentori di un mestiere d'eccellenza, la fonte prima del lungo percorso industriale che si sarebbe concluso con il giornale finalmente stampato. Oggi i linotipisti non esistono praticamente più nel diversamente articolato mondo del lavoro poligrafico. Le tecnologie. Nel volgere breve di qualche anno anche a «La Stampa» c'è stato l'abbandono completo di quelle macchine perfette, infine è sopraggiunta la dimenticanza. Ma loro, i linotipisti, pur obbligati in questi anni a differenti strade, nel profondo hanno continuato a considerarsi tali. E al primo avviso di un richiamo primordiale, lanciato anche tramite Internet nell'universo della Tipografia d'antan, si sono in grandissimo numero ritrovati. Al «Leon d'oro» di Cavagnolo, per recuperare amicizie, sorridere al passare degli anni, con allegria conviviale e sguardo al futuro. Sono fatti così. Inutile cambiarli. Le malinconie per un mestiere scomparso, un orgoglio professionale inespresso? Be', quelle ci sono, ma ciascuno le tiene per sé, gelosamente come si conviene a chi non vuole condividere con nessuno un sentimento troppo radicato e personale.

«Note di Stampa» - Numero unico del Gruppo Anziani Editrice La Stampa, ottobre 2000

 

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