LINOTYPE & LINOTIPISTI

l'arte di fondere i pensieri in piombo

 

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Il Secolo XIX

 

Il giorno di Pasqua, il 25 aprile del 1886, nasce a Genova un giornale, «Il Secolo XIX», diretto da Ferruccio Macola. Tutti pensano a un effimero foglio elettorale, diventerà invece il giornale dei liguri. La prima sede era nel palazzo (ora demolito) tra salita San Gerolamo e via Caffaro.

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Corrado Menso: 

il protolinotipista del Decimonono

la storia-uomo di un giornale

 

Una straordinaria «leggenda» di un linotipista d'altri tempi. Un pioniere della Linotype che con i suoi cinquantasette anni di servizio fa parte della storia del «suo» giornale, il «Secolo XIX». Questo straordinario articolo di Stelio Tomei lo abbiamo estratto dal supplemento del «Decimonono»: «1886-1996 - Il Secolo XIX - Oltre un secolo di Liguria», tratto dall'opera di Sergio Paglieri «Un secolo di Liguria». Stampato dall'Istituto Grafico S. Basile s.r.l. di Genova

 

Venti milioni di righe

nella storia di un giornale

Quando Corrado Menso, il primo giorno di aprile, fu sul portone, vestito di abito nero, con il suo solino inamidato, anche più candido nel contrasto con la farfalletta nera, con i baffi ritti, fierissimi come due punte di fil di ferro, con il suo cappelluccio nero anche lui piantato sulla fronte più come un elmo che come una pacifica lobbia; quando Menso si stagliò sottilissimo nel vano del portone, davvero non fu più possibile pensare di dirgli addio con due righette scritte in qualche pagine del giornale. Non si poteva accomiatarci da lui con le solite parole di convenzione, perché con lui se ne andavano, se ne sono andati cinquantasette anni di storia del giornalismo.

Ecco perché questa volta dobbiamo parlare di noi, del «Decimonono»: di cose che in genere pudore e gelosia vietano di mettere «sul giornale».

Ma ora non si tratta più di metterci in vetrina con gusto da narcisi, si tratta di ricordare la nostra epopea, quella che visse con Menso, il giornale in cui Menso per cinquantasette anni lavorò: il nostro giornale che aveva nel 1893, quando Menso vi entrò, sei anni di vita. Corrado Menso ha lasciato alle spalle soprattutto i grandi libri delle collezioni: pagine e pagine per le quale egli compose venti milioni di righe, qualcosa come un milione di metri di piombo.

 

Corrado Menso entra al «Secolo XIX» nel 1893. Nel 1939 riceve la stella al merito del lavoro. Va in pensione l'1 aprile del 1950, dopo cinquantasette anni di lavoro al «Decimonono», prima come compositore a mano e poi, nel 1910, come linotipista, professione poi proseguita ininterrottamente fino alla pensione

Allora, nel 1893, non eravamo in piazza de Ferrari, il «Secolo XIX» si stampava al numero 9 di via dei Giustiniani, proprietario era Pietro Mosetig, un ex capitano dei bersaglieri che partecipò alle presa di Roma. Erano i tempi della spedizioni crispina in Africa, Menso componeva a mano, cercando con le dita ormai divenute prensili e precise come pinze, nelle grandi casse, le lettere una ad una. Diceva il testo: «Crispi ha dichiarato...», e Menso cercava negli scomparti, componeva la riga computando: C, r, i, s, p, i, - spazio - acca, a, e così via.

Il giornale era composto su cinque colonne e ogni riga era lunga circa sette centimetri. In quelle righe si esprimevano le passioni di allora, gli amori, i rancori; e sovente le copie del giornale nella piazzetta di Valoria erano bruciate dagli avversari di Crispi il quale era sostenuto da Mosetig. Duelli e polemiche si alternavano quasi in diretta proporzione con le righe composte a cottimo e pagate tre centesimi l'una: si cominciava a darci dentro alle sei del pomeriggio e si finiva alle quattro del mattino dopo. Chi riusciva a non andare «a far acqua», come si diceva, arrivava al record di 260 righe: sette lire e ottanta di guadagno, una buona giornata. Ma nel 1897 il «Decimonono» non è più il giornale di via dei Giustiniani, 9: balzato sul piano nazionale, trasferisce anche la sua sede a De Ferrari, da dove non si è mosso più. E' un'epoca d'oro, con Gandolin c'è anche Sabatino Lopez; poi Flavia Steno, poi Carlo Panseri e altri nomi, tra cui Anton Giulio Barrili. Ventuno compositori lavorano in tipografia: dalle loro mani escono le parole che ogni giorno tutta la Liguria legge.

Ma non soltanto il «Secolo XIX» progredisce e si afferma nel terreno intellettuale; ecco che lo stesso «illuminismo» che fa di Genova una città di primo piano, crea la macchina più intelligente che abbia dato l'uomo: la linotype. E' come una creatura umana, copiata da essa in un certo senso, con le sue mani obbedienti agli impulsi del cervello. E' la fine dei «cassoni» pieni di lettere staccate, è la fine delle reni a pezzi sul compositoio a mano, è il tramonto definitivo del compilamento delle lettere: C, r, i, s, p, i, non più.

Nella tipografia del «Secolo» c'era, accanto a tutti gli altri, Lodovico Calda: operaio come tutti. Ed ecco che Calda, tornato da Milano, doveva aveva visitato l'esposizione (la odierna fiera) racconta la meravigliosa scoperta fattavi della macchina che «formava le righe da sola» battendo semplicemente su una tastiera con soprascritte le lettere dell'alfabeto. Tre volte maggiore era il suo rendimento nei confronti di quello del più veloce compositore a mano. Era la primavera dell'anno 1906. Incredulità e preoccupazione contemporaneamente occuparono i pensieri degli operai del «Secolo XIX». Possibile che esista una macchina simile? E se esiste, quali conseguenze ne avrà la mano d'opera ora impiegata nelle tipografie dei giornali? Interrogativi che restarono sospesi fino al 1910: fino a quando, cioè, arrivarono dodici linotype al «Secolo XIX».

Nella loggetta dei Doria, dove esse furono poste, gli uomini le guardarono intimoriti, tentavano timidamente di familiarizzarsi con loro, con codesti strumenti così terribilmente imbarazzanti e stupendi. Finalmente l'uomo divenne congeniale alla macchina e la macchina fu fedele all'uomo. Non tutti, però, i compositori a mano riuscirono a usare le linotype: fu il dramma generale nel giornalismo italiano, il «Secolo XIX» non se ne sottrasse, ma lo risolse con umanità. Chi non aveva saputo vincere la macchina, restava al lavoro, con altri incarichi, al banco, alla stereotipia, alle macchine.

Corrado Menso continuò a comporre righe su righe, centinaia, migliaia, milioni. E la storia dell'umanità, del mondo, dell'universo passava attraverso le sue mani, versata nella macchina, riconquistata nelle righe di piombo fuso. Le parole non si disintegravano. Menso batteva ora sui tasti della sua linotype.

Il tempo era quello nostro; è ora il nostro: l'epopea che forse noi viviamo (distratti testimoni) e della quale, fra cinquantasette anni può darsi qualcun altro scriverà, meravigliato della nostra fatica che a noi appare così «moderna».

Ed è qui, al primo giorno di aprile nel quale vedemmo Menso sulla porta del giornale, con alle spalle tutti noi, uomini, cose e collezioni, che non possiamo più parlare di noi, perché questo si sarebbe mettersi in vetrina. Noi abbiamo detto affettuosamente addio a Menso, alla storia-uomo del nostro giornale, a questo vivente documento della nostra lontana tradizione. Le collezioni non hanno detto addio a Menso; le collezioni grandi e gialle del nostro giornale non dicono addio a nessuno: loro che restano, fedeli, a farci testimonianza.

Stelio Tomei, 4 aprile 1950

 

 

Le cinque Comet de "Il Secolo XIX"

(Foto "Cronache grafiche Etelia", dicembre 1955)

 

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La locandina e il sottostante articolo di (s. p.) sono stati anch'essi ripresi da «1886-1996 - Il Secolo XIX» - 110 anni di storia ligure attraverso gli archivi de «Il Secolo XIX»

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Ultimo promemoria per il secondo secolo

Nel 1985 la vita del «Secolo XIX» è caratterizzata soprattutto dall'introduzione dei «computer» e dalla contemporanea riduzione del personale tipografico, attraverso i prepensionamenti. E' una rivoluzione tecnologica pari a quella che avvenne nei giornali con l'introduzione della linotype e che abbiamo raccontato in un articolo di Stelio Tomei. Se a quell'epoca sparirono i «pacchettisti», adesso sono di turno tastieristi e impaginatori. L'impegno per chi rimane è quello di prendere dimestichezza con un cervello elettronico dalle infinite possibilità e di insegnargli ad essere duttile e geniale come un tipografo. Non sarà facile, in quanto il tipografo è sempre stato il «sale» del giornale, il primo critico e il primo collaboratore del giornalista.

Nel giro di pochi mesi cambierà tutto. Il «Decimonono» inaugurerà un grande centro stampa a Multedo, lavorerà sempre più con l'elettronica e le teletrasmissioni. Quando, fra cent'anni, il nostro giornale compirà il suo secondo secolo, il giornalismo sarà certamente qualcosa di molto diverso dall'attuale professione e i tipografi saranno laureati in elettronica al Politecnico. Ma forse si favoleggerà ancora del tavolo di scopone tra la prima e la seconda edizione del giornale, delle fulminanti battute che «svegliavano» le matricole del giornale. Si narrerà anche di quella volta che scattò il prepensionamento per Renato Materassi, direttore della rotativa, e un operaio gli cantò «A canson da Cheullia» facendosi accompagnare sulla chitarra dal «capo» che se ne andava. Succedevano ancora queste cose, alla fine del 1985. (s. p.)

 

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Idea, grafica e realizzazione di

Giorgio Coraglia

 

info@linotipia.it

 

 

 

 

 

 

 

 In Brasile per una visita alla

Tribuna de Lavras

(gennaio 2000)

 

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LAVRAS è una città di 90 mila abitanti, a Sud della regione di Minas Gerais. Dista due ore e mezzo di auto (230 chilometri) dal capoluogo Belo Horizonte che conta una popolazione di 3 milioni e mezzo di abitanti. Belo Horizonte è una delle città più grandi del Brasile dove si vive ancora benissimo, a differenza di San Paolo e Rio de Janeiro oberate da problemi di sovraffollamento e traffico caotico.

A Lavras si può visitare il Museo sacro alla Igreja de Rosario e il Museo Bi Moreira di notevole interesse. Lavras è anche sede di una Università Federale, la Ufla (Università federale di Lavras), con vari corsi di Scienze Forestali, Medicina, Agraria e molti altri corsi frequentati anche da parecchi studenti provenienti dall'estero. Una cosa da non perdere è un'escursione al Parco forestale Quedas do Rio Bonito.

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La Tribuna de Lavras, è stata fondata l'1 ottobre 1967 da Luiz Gomide, il direttore amministrativo è il figlio José Eduardo Carvalho Gomide. Il lavoro di composizione è stato manuale (lettera per lettera) fino al 1971. Poi furono acquistate le linotype (macchine di fabbricazione americana) e nel 1998 siamo arrivati a contarne quattro, l'ultima, un'Intertype, era la più moderna e efficiente.

 

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Alla linotype il signor Luiz Gomide, il fondatore della «Tribuna de Lavras»

Fu grazie a quelle linotype che il giornale ha potuto spiccare un balzo in avanti ed entrare in una nuova fase di espansione, grazie alla rapidità della composizione aumentando anche il numero di pagine e fornendo un giornale più ricco di informazioni ai nostri lettori.

 

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A partire dal 1998, la Tribuna de Lavras abbandonò la composizione a caldo e adottò il sistema off-set e la fotocomposizione mandando in pensione le mitiche linotype.

La manutenzione di queste macchine (tranne quella ordinaria che era svolta dallo stesso linotipista) rendeva troppo costosa la manodopera, poiché si doveva dipendere da professionisti qualificati che arrivavano da Belo Horizonte, e inoltre i pezzi di ricambio dovevano essere importati degli Stati Uniti o acquistati a San Paolo.

 

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Aureo Rufini Filho e Lazaro de Oliveira

 

Le nostre quattro linotype si trovano ancora oggi nei nostri locali, inutilizzate: due però sono ancora perfettamente funzionanti.

 

I linotipisti

Aureo Rufini Filho, ha 54 anni ed è in pensione di anzianità, ma continua a dare un contributo al giornale di cui fa parte dalla sua fondazione. Lázaro de Oliveira, meglio conosciuto come «Lazinho», ora lavora alla stampa del giornale.

 

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La «linotipo» a passo di samba: Aureo Rufini Filho alla.. tastiera

 

La storia della Tribuna de Lavras (che è oggi tutta informatizzata) è lunga. Ha dovuto affrontare e vincere varie sfide, altre se ne prospettano, ma grazie alla perseveranza e alla determinazione del suo fondatore Luiz Gomide, che oggi ha l'appoggio di suo figlio José Eduardo, e della sua équipe, sempre fedele in questi 32 anni del giornale, «noi siamo preparati per continuare la lotta e per servire la comunità lavrense e dei dintorni con un giornale ogni volta migliore».

 

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Il fondatore Luiz Gomide a colloquio con Aureo Rufini Filho

 

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Lazaro de Oliveira, detto «Lazinho», e al fondo Aureo Rufini Filho

 

Queste sono le foto storiche delle nostre linotype e degli «eroici» linotipisti, che per più di vent'anni vi lavorarono, esponendosi alle esalazioni malefiche del piombo, ma rimpiangendo «do tempo bão???, que não volta mais» («Quei bei tempi, che non tornano più»).

Un abbraccio dalla squadra TL (Tribuna de Lavras)

 

Il materiale per costruire questa pagina è stato fornito dall'amico italo-brasiliano Leonardo Douglas Migliorelli, di Lavras, e raccontato dagli ex linotipisti Aureo Rufini Filho e Lazaro de Oliveira «Lazinho» della Tribuna de Lavras, a cui vanno i miei più sentiti ringraziamenti.

 

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