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LINOTYPE & LINOTIPISTI l'arte di fondere i pensieri in piombo |
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PRESENTAZIONE
Andar per Linotype LA STORIA LINOTYPE WORKS
MATRICI
RICORDANDO LA LINOTYPE Musei della stampa con Linotype
CURIOSITà LINOTIPISTI GIORNALI & LINOTYPE
Gazzetta del Popolo (Torino) El Clarín (Argentina) The Modesto Bee (California) Herald & Weekly Times (Australia)
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One last line of type
A prepress pioneer remembersthe early days of typesetting
WHEN John Ellis
first joined Melbourne’s Herald and Weekly Times Ltd in 1955, as a
Linotype operator, he didn’t realise that 35 years later, as he set his
last line before retiring, he would be one of the last full-time
typesetters, from his period, still setting. John Ellis at work on Australia's first photosetter, an Intertype Fotosetter, at Giganticolor
After completing
an apprenticeship in hand and machine composition in 1951, and with a
interest in “new technology” and travel, Ellis set sail for the United
States on a one year working holiday.
After returning to
Australia, Ellis began working with the "Kalgoorlie Miner", a Western
Australian newspaper. lnstead of operating a new Comet Linotype, he worked
on one of the oldest Linotypes in the country— a Model 1.
“Despite their
age, the old Model is did a reasonable job," said Ellis. “But they were
temperamental things, and needed every mechanical trick and gram of
operator persuasion to keep them operating.
After leaving
Kalgoorlie, he joined the production team of the "Standard News", a
Melbourne newspaper. "While I was there, a retired 'Herald' and 'Weekly
Times' Lino operator began telling me about a newfangled machine, that
the 'Herald' had bought, which set type with a camera".
Although he knew
little about photography the prospect of using new technology, that was
coming to a field that had not changed since Ottmar Mergenthaler invented
the Linotype in 1886, excited Ellis. In 1955, he joined the "Herald" and "Weekly Times" and soon after, was relieving the permanent operator on Australia’s first phototypesetter, an lntertype Fotosetter. It had been installed at the Herald Gravure Printers, the company’s printing arm, in 1954, to set magazines and books for the gravure presses.
In the late 1950s,
the company new under its new name, Giganticolor, introduced an annual
study/travel scholarship scheme. It allowed four staff members from
various departments to be sent overseas to look at the latest methods of
newspaper production. Under this scheme, Ellis had the opportunity to return to the United States and complete a course in operating Fotosetters, at the Intertype plant in Brooklyn. He also used the opportunity to visit other plants in the U.S., England, Denmark, Germany and Switzerland. Those early days were quite exciting ones for me, reflected Ellis. At that time, the Australian printing industry was heatedly debating about whether photocomposition would ever replace hot metal setting.
“While I was
convinced that it was inevitable, the majority of printers, who were
heavily capitalised with letterpress machinery weren’t ready to make the
change.
“But once offset
started making rapid progress in Australia, the traditional method of
making repro proofs from hot-metal setting just couldn’t compete with the
superior product of photoset type,” he said.
"Admittedly in the
early days, so many ancillary aspects of photocomposition were quite
exasperating," said Ellis.
Galleys of type
set on film were proofed in a Diazo machine, which belched ammonia fumes
and chewed up the originals. Photocopiers were yet to be invented and the
method of proofing paper galleys
Phototypesetting
paper was three times the thickness of present day papers, which created
cut-line shadows. All type set on film or paper had to be hand developed,
so keeping uniform density was always a problem. “There were certainly no
border tapes," said Ellis. "lt now seems that my predictions about photocomposition have proven correct," he said.
After
his study trip overseas, Ellis introduced waxers, automatic developing
units and improved copying techniques to Giganticolor.
“The Intertype
Fotosetter was a classic piece of machinery," said Ellis. “It held a
prominent position on Giganticolor’s floor from 1954 to 1982 and required
a minimum of maintenance. At the time of it being phased out it was still
producing top-quality work.
"The
unavailability of fotomats (the actual letter images) was as much a reason
for changing over, as was the need to move with the times.”
In 1982 Ellis
commenced retraining on a "qwerty" keyboard. “After operating a Linotype
keyboard for 32 years I can only describe the changeover as traumatic,"
said Ellis. “Its like a musician that has played the piano for 32 years,
one day finding that someone has changed all his keys around."
Since retiring,
earlier this year, Ellis has finally found the time to pursue many of his
hobbies.
But is he tempted
to stay involved in the world of typesetting? “No. I’ve resisted peoples
attempts to have me spend the rest of my life setting newsletters," he
said. "Professionally, I’ve set my last line o’ type!" But, as one of Australia’s prepress pioneers, Ellis continues to hold onto the memories of his days in the industry. "While there is no doubt that present-day composing rooms are far more efficient and environmentally superior to work in than in the old days, I still remember, with excitement, the sound, smell and the feel of working a Linotype".
(Australian Printer Magazine - July 1990) _________
L'ultima riga alla Linotype
Un pioniere della fotocomposizione ricorda i vecchi tempi della composizione a piombo
Quando, nel 1955, John Ellis iniziò a lavorare come linotipista al «Melbourne Herald e Weekly Times Ltd», non avrebbe certo pensato che 35 anni dopo, quando componeva l’ultima riga prima di andare in pensione, sarebbe stato l’ultimo linotipista australiano a usare ancora la Linotype. Dopo aver completato l’apprendistato come compositore e linotipista nel 1951, e con uno spiccato interesse nella nuova tecnologia e nei viaggi, Ellis andò negli Stati Uniti per un anno di vacanza-lavoro. A Brooklyn visitò la ditta Mergenthaler Linotype, dove vide una Linotype Comet in piena attività. Con la possibilità di comporre 9-10 righe per minuto, la Comet era allora una delle Linotype più tecnologicamente avanzate nell’industria della stampa americana, dando al lavoro dei linotipisti un grande incremento di produzione. Dopo essere tornato in Australia, Ellis iniziò a lavorare al «Kalgoorlie Miner», un quotidiano dell’Ovest Australia. Però, anziché comporre su una nuova Comet, lavorò su una delle più vecchie linotype in circolazione nel Paese, una Modello 1. «Nonostante i suoi anni, la vecchia Modello 1 funzionava ancora bene – dice Ellis –. Era una macchina un po’ capricciosa che aveva bisogno di ogni trucco meccanico possibile e tanta buona volontà da parte dei linotipisti per mantenerla efficiente». Dopo aver lasciato Kalgoorlie, fu assunto nel gruppo dello «Standard News», un quotidiano di Melbourne. «Mentre lavoravo là un linotipista in pensione dell'"Herald and Weekly Times" mi raccontò di una nuova macchina che l’"Herald" aveva acquistato e che componeva con il procedimento fotografico». John Ellis, nonostante avesse poca dimestichezza con la fotografia, si incuriosì della prospettiva di usare la cosiddetta «nuova tecnologia» che arrivava a intaccare un procedimento tipografico che non era cambiato fin dal giorno in cui Ottmar Mergenthaler aveva inventato la Linotype, nel lontano1886. Nel 1955 fu assunto all'«Herald and Weekly Times», e poco dopo prese il posto del linotipista che lavorava sulla prima macchina fotocompositrice dell’Australia, la «Intertype Fotosetter». Questa macchina compositrice d'avanguardia era stata installata all’Herald Gravure Printers, il ramo produttivo della ditta, nel 1954, per comporre riviste e libri per la fotoincisione. Verso la fine degli Anni 50, la ditta, ora sotto il nuovo nome di «Giganticolor», avviò un progetto di viaggi-studio annuali, cioè ogni anno inviava all’estero quattro suoi dipendenti ad aggiornarsi sugli ultimi metodi di produzione di quotidiani. Così Ellis ebbe l’opportunità di tornare negli Stati Uniti a completare un corso per usare la Fotosetter alla sede della «Intertype» di Brooklyn. Ebbe inoltre l’opportunità di visitare altre tipografie in America, Inghilterra, Danimarca, Germania e Svizzera. «Quelli erano giorni molto emozionanti per me», ricorda Ellis. «Allora nelle tipografie australiane si dibatteva animatamente se la fotocomposizione avrebbe o meno rimpiazzato la composizione a piombo. Mentre io ero convinto che sarebbe stato inevitabile, la maggior parte delle industrie tipografiche, che avevano investito molto in macchinari tradizionali, non erano assolutamente disponibili a cambiare. Ma, quando in Australia la offset iniziò a fare progressi rapidi, fu evidente che il modo tradizionale di stampare con la composizione a caldo non poteva più competere con la superiorità del metodo della fotocomposizione». Continua John Ellis: «Devo ammettere che a quei tempi molti dei vantaggi della fotocomposizione erano discutibili. Colonne e colonne di composizione su film venivano stampati su di una macchina Diazo, che eruttava fumi di ammoniaca e si mangiava le strisce di carta fotocomposta. Le stampanti dovevano ancora essere inventate e quindi il metodo di tirare le bozze su lunghe strisce di carta incollata era lungo e noioso. Non c’erano macchine per la cera e tutti i cliché dovevano essere incollati con un pennarello. La carta delle macchine fotocompositrici era tre volte più spessa di quella odierna, il che creava delle ombre dove veniva tagliava. Tutto quello che veniva composto su film o su carta doveva essere sviluppato manualmente, pertanto mantenere una densità costante era sempre molto problematico». «Ora però è certo che le mie predizioni circa la fotocomposizione erano corrette» dice Ellis. Dopo i suoi viaggi-studio all’estero, Ellis introdusse macchine ceratrici, nuove sviluppatrici e tecniche perfezionate di fotocomposizione alla «Giganticolor». «L’Intertype Fotosetter era una macchina di gran classe e coprì uno spazio e ruolo prominente alla Giganticolor dal 1954 al 1982, richiedendo una manutenzione minima. Quando si è deciso di farne a meno produceva ancora lavoro di ottima qualità. La mancanza di fotomats (matrici per fotocomposizione) è stato il fattore determinante per il cambiamento, come pure la necessità di stare al passo con i tempi». Nel 1982 ad Ellis fu insegnata la tastiera «qwerty» (la tastiera dei computer di oggi). «Dopo aver lavorato per 32 anni sulla tastiera Linotype il cambiamento è stato traumatico – dice Ellis –. E' come se un musicista che ha suonato il classico pianoforte per 32 anni un giorno si ritrovasse i tasti in diverso ordine». John Ellis adesso è in pensione; ha finalmente trovato il tempo per dedicarsi ai suoi hobby. E' ancora tentato di rimanere nel campo della fotocomposizione? «No, ho detto no a gente che voleva farmi battere testi per il resto della mia vita. Come professionista ho ormai battuto la mia ultima riga di testo!». Ma essendo stato uno dei pionieri della fotocomposizione in Australia, Ellis mantiene vivo il ricordo dei suoi giorni nell’industria tipografica. “Mentre non c’è dubbio che i reparti di composizione odierni sono molto più efficienti e salubri che non quelli dei vecchi tempi, io ancora ricordo con emozione suoni, odori e sensazioni che mi dava il lavorare su di una Linotype».
(Australian Printer Magazine - July 1990)
* * *Dear Giorgio, Congratulations on your brochure, "The Art of Melting Thoughts in Lead". The poem is particularly moving and brings back many memories when my fingers "danced on her keys". When we are visiting country towns I can never go past a print shop without going in to have a look around. In fact, I will send you a news cutting of me sitting at the keyboard of a Model 5 I used to work at the Kalgoorlie Miner, Western Australia, in 1953. This was taken in 2000 on our visit to WA. At the Miner we also operated Model 1s which were very old and temperamental. One of these machines is now in a glass case in the foyer of The Herald and Weekly Times Ltd. (Murdoch-owned) building in Melbourne. Alongside this in another glass case is the Intertype Fotosetter I worked when it was the first photographic typesetting machine to come into Australia in 1956. I worked this machine for about 25 years. I will send you some printed history shortly. On behalf of all operators who think like us, congratulations, and thanks for doing this, John Ellis POINT LONSDALE (Australia), February 2002
* * *
I will send off the "blurb" about myself in a few days time. However, here are some pics of the Intertype Fotosetter I worked for many years. The pic of the other machine is a Mergenthaler CRTronic 150 which replaced the old Fotosetter. As I mentioned this machine is on show in a glass case. Let me know if these images came through OK. Cheers, John Ellis POINT LONSDALE (Australia), March 2002
* * *
Gianni Ellena è un ex-linotipista che ha lavorato (tra i vari altri posti) sia in un quotidiano italiano (Gazzetta del Popolo, 1972 e 1975) sia in un quoditiano inglese (The Times, 1980-83 e 1984-86, quando è stato coinvolto nello sciopero del 1986 che vide il licenziamento in blocco di 5.500 persone da parte di Rupert Murdoch, allora proprietario di due quotidiani - The Time e The Sun - e di due settimanali - The Sunday Times e News of the World - oltreché di vari supplementi letterari del Times), in una carriera «a yo-yo» che lo ha portato tuttora a lavorare a Cuneo come fotocompositore. Siccome «una volta linotipista, per sempre linotipista», è ancora in grado di «far girare» la Linotype ed occasionalmente, lavorando su di una vecchia «Menta», collabora con l'Associazione «Amici di Piazza» di Mondovì alla stesura di testi per libri di autori locali per le edizioni «Ël Pèilo», prodotti ancora alla vecchia maniera. Per il nostro sito Web saltuariamente si occupa di traduzioni dall'inglese; sua è la traduzione della poesia in copertina e della lettera inviataci da Phil Mayer e qui pubblicata.
Gianni Ellena is an ex-Linotype operator who has worked (as
well as in more places than he cares to mention) both at a daily newspaper
in Italy (the
Gazzetta del Popolo, 1972 and 1975) and in England (The
Times, 1980-83 and 1984-86, when he was caught up in the 1986 strike
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Nostalgia di Linotype
Phil Mayer, rubricista dell'«Honolulu Star-Bulletin», ricorda Linotype e linotipisti in due articoli pubblicati dal «suo» giornale e aggiunge sue interessanti testimonianze sulla composizione a caldo in tre straordinari racconti
Honolulu, 22 febbraio 2001
Caro Coraglia,
sono stato contento
e commosso nel leggere la sua recente lettera al Guild Reporter, il
periodico dell’Associazione Giornalisti, riguardo ai suoi sforzi per
rendere onore ai linotipisti riconoscendo, a loro ed alle loro macchine,
il giusto posto storico nella produzione di giornali. Accludo una copia di un «pezzo» che scrissi per l’Honolulu Star Bulletin riguardo alla Linotype e ai suoi operatori (linotipisti). Ora sono in pensione, ma nei miei 40 anni e più come giornalista e rubricista ho avuto modo di apprezzare la magìa delle Linotype e di chi le manovrava. Phil Mayer Honolulu. February 22, 2001
Dear Mr. Coraglia, I was pleased and touched by reading your recent letter
The Guild Reporter, the journal of the Newspaper Guild about your efforts
to honor linotype operators and acknowledge the place of their craft and
their equipment in the history of newspaper production.
I have encloses a copy of a piece that I wrote for the Honolulu
Star-Bulletin about linotype and their operators.
I am now retired from the Star-Bulletin. But in my more than 40 years as a
reporter and a columnist I came to value the mystique of the linotype and
those who served them. Phil Mayer
* * *Honolulu Star-Bulletin, 28 dicembre 1972
Per vostro gradimentoMolto rumore per qualcosa
di Phil Mayer
Per me, il 1973 potrebbe essere l’ultimo anno della Linotype. ... Spero che non lo sia. Se ho un’anima, secondo me, parte di quella se ne andrà dal settore giornalistico allorché l’ultima Linotype sarà rimossa dal reparto in cui ciò che io scrivo diventa quello che voi leggete. Tra pochi mesi saranno dei computer a fare il lavoro che le Linotype producevano. Ma voglio sperare che nel reparto composizione ci saranno sempre una Linotype e un linotipista e che questi, chinandosi su di un bambino, gli chiederà ancora: «Come ti chiami?». E spero che non ci sia mai un tempo in cui, dopo un clangore incantato, al bambino non venga regalato un sottile pezzo di metallo luccicante su cui egli possa leggere il proprio nome. Se chi mi stipendia è d’accordo a conservare una Linotype, io donerò 5 dollari per aprire un fondo che permetta di tenerla cordonata da una ringhiera di ottone. Ci sono state Linotype in Honolulu sino dal 2 novembre 1895. Certamente, quindi, perlomeno una di esse se l’è meritata una casa… Quando iniziai a lavorare allo Star Bulletin c’erano 25 Linotype nel reparto composizione, ognuna manovrata da un uomo che ne accarezzava la tastiera come un pianista. E forse io sono un giornalista oggi perché, quando ero bambino a Pittsburgh, un linotipista, dopo avermi chiesto il nome, mi disse: «Ecco qui, ragazzo, ma fai attenzione perché è calda». E mi lasciò cadere nelle mani - che avevo messo a forma di coppa, come fanno i ragazzi che non ci vedono molto bene quando tentano di prendere una palla - un blocchetto di metallo con il mio nome sopra. Quindi, egli attorcigliò un pezzetto di carta ad un bastoncino, lo infilò in un buchetto della macchina e mi disse: «Guarda questo». Quando lo estrasse il pezzetto di carta stava bruciando, e con quella fiamma si accese la pipa. Non vidi mai la fiamma nella macchina, e nessuna delle Linotype che ho potuto vedere, da quando crebbi abbastanza da poterci guardar dentro, avevano fiamme per tenere in fusione il metallo dei caratteri, ma non ditemi che non c’è del fuoco nel cuore di ogni Linotype. Ci deve essere, perché guardare la Linotype e le righe che sforna così velocemente mi fa venir voglia di scrivere cose degne di lei e dei suo operatori. Le parole fuoriescono calde e luccicanti, forti come il metallo. Parole assemblate con destrezza, nonostante molto di quanto scrivo potrebbe benissimo essere «etaoin shrdlu» che, ve lo dico se non lo sapete, sono semplicemente il modo in cui le lettere delle prime due file di tasti sono sistemate sulla tastiera, come se scrivessi «qwertyuiop» sul mio computer.
E ci deve essere una fiamma là dentro, benché
invisibile, perché la fiamma è una cosa viva e le righe composte e non
ancora impaginate sono dette «vive». Quando una pagina è pronta, la vedo passare sul piano della pressa dove viene coperta da flani di feltro, e quando le lastre di piombo semi-cilindriche sono prodotte vengono mandate giù alla rotativa. Non c’è molta poesia nel reparto composizione, qualcuno dirà, ed è vero, non ce n’è in un computer, ma fai loro vedere una Linotype, e capiranno.
Honolulu Star-Bulletin - december 28, 1972
For your leisureMuch ado about something
by Phil Mayer
For me,
1973 may be,
The last year of the
Linotype.
… And I hope it isn’t.
If I have a soul, part of it
will leave the newspaper business when the last Linotype machine is taken
from the room in which what I write becomes what you read. Within a few
months, electronic equipment will be setting all the type Linotype
machines used to set.
But I hope there always will be
at least one Linotype and an operator in the composing room who can lean
close to a child and say:
If the people who pay me agree
keep one Linotype, I will donate $5 to start a fund to enclose it in
brass-rail fence.
THERE HAVE been Linotypes in
Honolulu since Nov. 2, 1895. So certainly at least one has earned a hone.
When I came to work for
The
Star-Bulletin,
there were 25 Linotype in the composing room, each operated by a man who
managed his keyboard like a pianist.
And
perhaps I am a newspaperman today, \ Because, when I was a little boy, \ A
Linotype operator in Pittsburgh, \ After he’d askey my name, \ Said,
“Here kid – but, be careful, it’s hot.” \ And dropped a slim block of
metal with my name on it, \ Into my hands, \ Which I had cupped, \ In the
way boys who don’t see well, \ Do when they are trying to catch a ball.
Then he rolled a piece of
paper into a stick, \ Poked into a dime-sized hole \ In his machine, \ And
said, “Watch this.” \ When it came out, it was on fire, \ And he lighted
his pipe with it.
I never saw the flame in
his machine. \ And none of the Linotype I have seen \ Since I became tall
enough to look into them, \ Have had flames in them to keep the type-metal
molten. \ But don’t tell me there is no flame \ In the heart of every
Linotype.
There must be. \ Makes me
want to write things worthy of it and its operator.
Words to come out hot and
shining, \ Words strong like metal, \ Words built cannily together, \
Although much of what I write, \ Sometimes might as well be set etaoin
shrdlu, \ Wich, since it may have puzzled you, is simply \ The way the
letters lie on the two left-most vertical
And there must be a flame
there, however invisible \ Is marked “ALIVE.”
When a page is made up, \
I see it pass to the molding table, \ Where it is blanketed under sheets
of felt, \ And when the semi-cylinder plates are made, \ Down to the press
room. \ And I tell you, it makes me dizzy to think of what I wrote \
Revolving down there, round and round and round, \ More than 127,381 times
\ On a single day, \ As sworn to and subscribed before Carl Machado, \
Notary Public \ Whose commission expires, June 9, 1973 \ But will
doubtless be renewed.
Not much poetry in
the composing room,
Some people say.
And it’s true, there isn’t
much in a computer. But show them a Linotype
* * *
Honolulu Star-Bulletin, 29 giugno 1987
di Phil Mayer
Entro pochi mesi scriverò su di una nuova macchina. Sarà una versione migliore dell’elaboratore di testi su cui ho lavorato per più di cinque anni. Ma non mi sentirò mai a mio agio con queste macchine (computer). Quando divennero parte della produzione dei giornali, parte dell’anima di questo settore se ne andò. L’arrivo dei primi pezzi di equipaggiamento elettronico (computer) allo Star Bulletin segnò la fine delle Linotype e dei loro operatori. Le Linotype erano massicce, sporche, sferraglianti macchine a cui delle persone, chiamate linotipisti, sedevano per comporre testi. Accarezzando le prime due colonne a sinistra della tastiera si produceva la frase «etaoin shrdlu», che un tempo era così conosciuta come sinonimo di «niente» e che figura ancora nel dizionario. E le righe di piombo ottenute erano chiamate «vive». Quando venni a lavorare qui nel 1958 c’erano 24 Linotype. E ci sono state Linotype ad Honolulu fin dal 1895. Una sola ne rimane qui, adesso. Sta arrugginendo in un angolo, non lontano dal posto dove ogni giorno strisce di carta, prodotte da un computer, vengono «incollate» per produrre il giornale. La nicchia è velata da tende, come una camera funebre in cui sia riposta una salma. Ed io sono addolorato. Sono un giornalista oggi perché da ragazzino, a Pittsburgh, la mia scolaresca era stata condotta a visitare un giornale. Dopo avermi chiesto, tra il rumoreggiare della macchina, come si scrivesse il mio nome, un linotipista mi disse: «Ecco qui, ragazzo, ma fai attenzione perché è calda». Quindi mi lasciò cadere in mano un sottile blocchetto di metallo con il mio nome scritto a rovescio. Dopo di che arrotolò un pezzetto di carta attorno ad un bastoncino, lo inserì in un buco (non più largo di una monetina) della Linotype e disse: «Guarda…». Quando lo estrasse era in fiamme, e lui lo usò per accendersi la pipa. Non vidi alcuna fiamma nella macchina, e non c’erano fiamme in nessuna delle Linotype che vidi successivamente, quando fui alto abbastanza da poterci guardar dentro. Ma non ditemi che non c’era una fiamma nel cuore di ogni Linotype. Deve esserci stata. Perché, guardandola, mi nacque la voglia di scrivere cose degne di essa e del suo operatore. E perfino oggi io so di averne scritto bene quando, nel freddo silenzio della tastiera del computer, odo ancora lo sferragliare della vecchia Lino.
Honolulu Star-Bulletin - June 29, 1987
by Phil Mayer
Within a few
months, I will be writing this sort of thing on a new machine. It will be
a better version of the “word processor” at which I have worked for more
than five years.
The arrival of the
first pieces of electronic equipment in the Star-Bulletin’s newsroom and
composing room doomed Linotypes and those who ran them.
When I came to
work here in 1958, there were 24 Linotypes. And there had been Linotypes
in Honolulu since 1895.
THE ALCOVE is
curtained like a room in which someone has died. And even today, I know I have written well when – in the silence at the keyboard of one of those new machines – I can hear the clattering.
* * *
Ricordi di Linotype
di Phil Mayer
Honolulu, 5 aprile 2001 Caro Giorgio,
la ringrazio per la sua lettera
e per avermi indicato il suo sito Internet dove ho visto che lei ha fatto
buon uso dei miei articoli sulla linotype.
E grazie anche per la cartolina
di Torino e della matrice della linotype. Tempo fa avevo fatto fare una
collana con una matrice di linotype per mia moglie, che mancò nel 1997,
con il carattere che più le piaceva. Phil Mayer
Honolulu. Aprile 5, 2001
Dear George, Phil Mayer _________
Un linotipista all’ombradel «Pulitzer» Brooks Atkinson
Siccome per diversi anni le mie
mansioni allo «Star Bulletin» di Honolulu consistevano nel commentare su
dramma, film e televisione, approfittai di uno dei miei viaggi a New York
per incontrare Brooks Atkinson, già da molto tempo critico teatrale del
«New York Times». (Avevo sempre sperato di lavorare nel settore teatrale,
preferibilmente come drammaturgo, conoscevo quindi il lavoro di Atkinson
dal tempo delle scuole superiori).
Ad ogni modo, lo incontrai nel
suo ufficio del «New York Times», vicino alla 44ª Strada, e, tra le altre
cose, parlammo di linotype e di linotipisti. Mi fece anche visitare il
reparto composizione del giornale. Essendo critico teatrale del «New York
Times», ogni sera, verso mezzanotte, Atkinson tornava in ufficio per
scrivere i suoi commenti sull’opera teatrale a cui aveva assistito perché
potesse essere inserita nella prima edizione mattutina del giornale.
Atkinson non aveva mai imparato
a battere a macchina, per cui scriveva le sue critiche su fogli
giallognoli di carta legale, quindi un addetto li portava in reparto per
la composizione, e il linotipista che li batteva era sempre lo stesso.
Atkinson e quel linotipista lavorarono così per anni, e mentre lui col
passare del tempo divenne il più autorevole critico teatrale americano,
quel linotipista lavorava soltanto per lui nell’ombra, battendo
esclusivamente i pezzi di Atkinson.
Il giorno in cui Atkinson andò
in pensione ci andò anche il linotipista, ed il «New York Times» fece una
gran festa in loro onore. Io non ho mai incontrato quel linotipista, ma la
storia è assolutamente vera. Anzi, Atkinson mi raccontò che quel
linotipista più di una volta lo salvò dal fare errori imbarazzanti, ad
esempio quando lui attribuiva un certo lavoro teatrale classico a Eschilo
anziché a Euripide, ecc., ma questo era dovuto al fatto che il critico
doveva lavorare in fretta per rimanere nei tempi stretti del giornale.
Atkinson scrisse anche molti
libri sul teatro in America, e durante la Seconda Guerra Mondiale, non
contento di scrivere critiche teatrali, andò di sua volontà a fare il
corrispondente di guerra del «New York Times» a Mosca durante l’attacco di
Hitler all’Unione Sovietica. Vinse anche un premio Pulitzer (il più alto
riconoscimento giornalistico americano) per il suo resoconto in prima
persona sull’assalto di Stalingrado.
Lo vidi diverse volte a New
York, e lo trovai sempre interessante. Adesso a Broadway c’è un teatro che
porta il suo nome, ma io lo ricorderò sempre come amico e, come me,
entusiasta della linotype. Certamente la collaborazione tra scrittori e linotipisti era molto reale, perché anch’io lavoravo come Atkinson per le prime edizioni, e i miei articoli erano invariabilmente composti dagli stessi linotipisti, e dirò di più, qualche volta correggevo i miei pezzi guardando sopra le spalle del linotipista che li componeva.
Because I was the star-bulletin drama, film and tv writer for many years, I used one of my trips to New York to get to know Brooks Atkinson, the long-time drama critic of the "New York Times". (I had always hoped to work in the theatre, preferably as a playwright, so I knew Atkinson's work from the time I was in high school.) Anyhow, I met him at the "New York Times" office off 44th Street. And among other things we talked about was linotypes and linotype operators. He also showed me the way linotypes were installed in the "Times" composing room. And he told me that because he had to write each review so that it coulc be published in the times first (morning) edition. But Atkinson had never learned to type. so each night, about midnight, he would return to the times office and write out his pieces on pieces of yellow, lined legal paper. On the day that Atkinson retired that linotypist retired too. And the "Times" hosted a party for both of them. I never that operator. but the story is absolutely true. Indeed Atkinson told me that more than once, the operator saved him from embarrassing errors, for instance wrongly attributing a classic play to Aeschulus when the writer was actually Euripides, etc. because like any reviewer Atkinson had to work very fast to make his deadline. Atkinson also wrote many books about the American theatre. And during world War II, he decided he wasn't doing enough just by continuing to write theatre stuff. So he volunteered to become the Times correspondent in Moscow during Hitler's attack on the Soviet Union. And he won a Pulitzer Prize (America's top annual journalism award) for his first hand reporting of the assault on Stalingrad. I saw him several times in New York and he was always interesting. There is now a Broadway Theatre named for him. But I shall always remember him as a friend and a fellow linotype enthusiast. Certainly the relationship between linotype operators and writers was very real. Because I too worked as Atkinson did, for early morning publication, my copy was usually set by the same operators. Indeed, I made corrections by looking over the shoulder of the operators handling my stuff.
I serpeggianti pericolidella composizione a caldo
Quando iniziai a lavorare ad Honolulu c’erano linotipisti che venivano reclutati per lavorare in Port Moresby, la capitale della Nuova Guinea, a giornali di lingua inglese. Un linotipista di mia conoscenza andò a lavorare là, ma tornò ben presto ad Honolulu. Mi disse che non era stato capace di abituarsi al fatto che i serpenti entravano ogni notte nel reparto composizione per dormire attorcigliati ai crogioli ancora caldi delle linotype. Disse che non ammazzavano mai i serpenti perché ce ne sarebbe stato un altro (o un’altra) al suo posto la notte dopo.
When I first worked here (in Honolulu) linotype operators were being recruited to work on the english language paper in Port Moresby, the capital of New Guinea. One of the operators I had come to know went down there to work but came back to Honolulu quickly. He told me he could not get used to the snakes that came into the composing room to sleep wrapped around the lead pot of each linotype. And he said that none of the snakes was ever killed because there would always be another in his (or her) place the next night.
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A Firenze ho trovatoun giornale «a orecchio»
Nel 1966 mi recai a Firenze per un servizio giornalistico sull’inondazione dell’Arno che danneggiò i tesori artistici della città. Ero contento di essere lì, e un pomeriggio, terminato il lavoro, gironzolavo per la città chiedendomi dove fosse stampato il giornale che avevo visto nei chioschi di Firenze e, non trovando nessuno a cui chiederlo, continuai a gironzolare, quando a un tratto (perché non ero così sordo come lo sono adesso) udii qualcosa che riconobbi. Era il ticchettìo di una linotype, che mi portò dritto dritto alla sede del giornale non lontano dal Battistero.
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Per favore perdonatemi gli errori di sintassi e di grammatica, ma in questo periodo sono coinvolto in uno sforzo difficile ma importante per tenere aperto il giornale a cui ho lavorato per trentacinque anni che rischia di essere chiuso dalla concorrenza. Phil Mayer
Please forgive my grammar and spelling. At this time, I am involved in a very difficult but important effort to keep the newspaper I worked for 35 years from being closed by its corporate competitors.
With aloha,
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