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LINOTYPE & LINOTIPISTI l'arte di fondere i pensieri in piombo |
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PRESENTAZIONE
Andar per Linotype LA STORIA LINOTYPE WORKS
MATRICI
RICORDANDO LA LINOTYPE Musei della stampa con Linotype
CURIOSITà LINOTIPISTI GIORNALI & LINOTYPE El Clarín (Argentina) The Modesto Bee (California) Herald & Weekly Times (Australia)
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Gazzetta del Popolo
La gloriosa testata piemontese fu fondata nel 1848 - Cessò le pubblicazioni il 31 dicembre 1983, dopo 135 anni
Il quotidiano politico «Gazzetta del Popolo» di Torino fu fondato nel 1848 da Giovanni Battista Bottero, Alessandro Borella, N. Rosa e Felice Govean (quest'ultimo, nato a Racconigi nel 1819, fu compositore in officina tipografica a Milano e poi, nel 1848, nella tipografia Baricco & Arnaldi a Torino: l'arte gli fu opportuno gradino a salire in alto, e, divenuto scrittore e pubblicista, glorificò, in un dramma popolare intitolato a Gutenberg, l'inventore della stampa. Morì nel 1898). Il primo numero del foglio torinese (costava 5 centesimi) uscì venerdì 16 giugno 1848 dalla Tipografia Baricco e Arnaldi, in via Stampatori 5, stampato con la pianocilindrica Marinoni «Indispensabile» che è ora custodita nel Museo civico della stampa di Mondovì Piazza (Cuneo). «L'Italiano - Gazzetta del Popolo» nel 1853 si trasferìsce in via S. Agostino dove rimane fino al 1890, anno in cui trasloca in via IV Marzo. Nel 1930 sono pronti gli storici locali di corso Valdocco che accoglieranno il glorioso quotidiano piemontese, ormai diventato grande, fino all'infausta chiusura del 1982.
La città di Torino ha dedicato tre monumenti ai fondatori del quotidiano torinese: il primo a sinistra ritrae Felice Govean, è un'opera in bronzo del 1906 dello scultore Francesco Sassi e si trova in via Madama Cristina; in piazza IV Marzo, davanti alla terza sede del giornale, si trovano il busto di Giovanni Bottero, dello scultore Odoardo Tabacchi, inaugurato nel 1899 e il busto di Alessandro Borella, opera dello scultore Silvestro Simonetta, inaugurato del 1900. (Testo e fotografie di Piero De Marchis)
Di indirizzo liberale, appoggiò la politica di Cavour e il programma di unificazione d'Italia. In seguito il giornale fu oppositore del governo giolittiano e sostenne l'intervento nel primo conflitto mondiale. Nel 1945, dopo la Liberazione, assunse il titolo di «Gazzetta d'Italia», per ritornare poi a quello originario. Nell'estate del 1974, in seguito alla chiusura decisa dall'editore Alberto Caprotti, si costituì una Cooperativa di giornalisti che per 14 mesi resse le sorti della testata, assieme ai lavoratori poligrafici, in forma autogestita. Nell'ottobre del 1975 il quotidiano fu rilevato dalla società Editor, facente capo all'editore milanese Lodovico Bevilacqua. Negli ultimi mesi del 1980 le sorti del giornale andarono però compromettendosi, con un passivo sempre più pesante. Si decise di trasformare il formato del quotidiano in «tabloid», con un forte calo nelle vendite. Nel marzo 1981, un esposto presentato dal sindacato dei poligrafici all'Inps denunciò il mancato versamento dei contributi previdenziali trattenuti ai dipendenti. Una decisione che spinse l'Ente a chiedere il fallimento della Editor, deciso dal Tribunale il 9 luglio 1981. Il giornale continuò a uscire in gestione provvisoria sino al successivo 2 agosto, ma quel giorno i giudici imposero ai giornalisti di sospendere definitivamente le pubblicazioni. Nel settembre 1982 il quotidiano riprese ancora le pubblicazioni presso lo stabilimento dell'editore Caprotti in via Villar, dove si stampava anche «Tuttosport». Purtroppo, dopo 15 mesi di una gestione piuttosto confusa, il 31 dicembre 1983 il vecchio, glorioso quotidiano (135 anni di vita) cessò definitivamente le pubblicazioni. Seguirono strascichi vari, ma vi furono troppi impegni mancati: un mare di parole risoltosi poi in una bolla d'aria. Ciò che tutt'oggi rimane è una significativa perdita per la pluralità dell'informazione quotidiana cittadina e piemontese.
Due "moderne" Comet in funzione alla "Gazzetta" già nel 1954
La “Gasëtta dij soris"
La “Gasëtta dël Pòpol”, mòrt giornal che ‘nt ël mè cheur a viv ancora ‘n pòch, a l’era ‘l rè dla neuit an cors Valdòch: quaicòs ëd foravia, original. Antlora gnente a l’era digital. Travaj e vita, forse pì tardòch, fasìo d’analògich bej paciòch: e tut l’era n’afé ’n po’ pì normal. Pì ’d gent a travajé, odor, ciadej. La “Linotype”, con soa fiamenga vos, cantava dësgenà ‘d vej ritornej. Noi j’ero tuti ‘n po’ meno brodos e nòsti cheur, na frisa pì fradej, fondìo an càud soris notissie e cros.
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L'incrociatore di terra «Gazzetta del Popolo»
Perdinci se mi piaceva quel giornale, con il titolo bello panciuto che era persin di più d’una semplice testata, in carattere grassetto si potrebbe quasi dire evocante una familiarità maliziosamente strizzaocchio. Mi piacevano quel titolo, quel giornale, al punto che, forse non casualmente, passato ad altri incarichi su e giù nel Belpaese, per tre o quattro lustri mi appiccicai a una testata che a quella assomigliava, chissà se mutuata, carpita, solo servita. Difatti i caratteri tipografici della «Gazzetta del Sud» sono la fotocopia di quellli che enfatizzavano la «Gazzetta del Popolo» dei tempi d’oro. E ne trovavi sempre, di colleghi che a quei tavoli redazionali ti avevano preceduto, gli uni e gli altri colleghi e tavoli pieni di aneddoti strabilianti accaduti su quell’incrociatore di terra che occupava due immense anse di corso Valdocco e per un pezzo via Garibaldi. Dall’imbrunire e per tutta la notte, il suo bel nome illuminato come una fede che si riaccende a ogni crepuscolo, sull’angolo dei citati percorsi a farsi vedere sempre meglio: fino da piazza Castello laggiù, e da piazza Statuto quassù, intanto che nelle ore libere si passeggiava al bordone dei tramway martellanti nel ferreo loro sottopancia. Quel tram numero 6 era la mia giovinezza, addirittura i miei vent’anni, al pari dei folti ippocastani marcanti l’arrivo della primavera. Sennò non te ne saresti accorto, tutto preso dal servire in prima linea il giornale a caldo, lino tipizzato, con i mezzi rulli di piombo e là qualche frettolosa scolpitura di martello a nascondere, meglio a confondere, gli errori che i correttori non avevano scorto, segnato. Quel giornale lo amavo e forse lo amavamo. Ci portavamo dietro, addosso, nelle nari per l’intera giornata, fors’anche di più, il buon odore di inchiostro che costringeva ai grembiulini neri specie i titolisti con il loro righello da caricare: che se avevano qualche faccenda o solo un grillo per la testa, ne ricontavano le lettere, le sostituivano con le pinzette maneggiate con la bravura, la disinvoltura d’un odontoiatra. Me ne sovvengono tante figure, volti, un po’ meno i nomi. Con poche eccezioni stavano sempre poggiati con un gomito al bancone, ostentatamente e perciò falsamente stanchi, ma disposti a correre se Malgeri, Morabito, Cattedra, Chiodi, mettiamoci pure Michelotti, non Gigi ma il nipote Paolo, battevano le mani come le suore d’asilo colte in fallo o soltanto in ritardo sull’orario, gli uni e le altre trepidi perché i treni che smistavano le copie fresche di stampa mai aspettarono. E ci metterei lassù, fra i capi sempre meteore d’allora, quel direttore Riccardo Forte che pretendeva ed esigeva che il Continente d’Africa fosse scritto con doppia effe. Affrica, così in prima pagina per faccende relative a Ciombè e al Biafra, faceva di sicuro un grande effetto: ognuno a sorridere o a ripassare étimi e desinenze, nel timore che le maestre di scuola fossero state carenti d’intelletto. Poi la mezza rivolta interna (gridata e con fogli svolazzanti, gettati in aria, già allora…) e il povero direttore mogio da molcere il cuore. Preistoria, si capisce. «Quanti anni hai, Piccinelli?», chiestomi magari da Baini, da Del Boca con la scriminatura irlandese per il colore, dal cinematografico Di Nola o da Marchiaro quello vero che faceva gl’Interni, o da Piero Molino che comandava «Gazzetta Sera». «Ventidue, e qualche mese». «Devi solo studiare. Studiare e imparare. Come sei messo con gli studi?». «Ho finito di preparare la tesi di laurea, in Diritto Canonico…». Oh, tempora, loro che in parte facevano il mestiere (il nostro), avendo interrotto le scuole regolari, io che li invidiavo perché sapevo che sapevano. In effetti, da Sturlese, Giglio, Sanvenero imparavo a maneggiare forbici e righello, a scorrere le necrologie quotidiane caso mai vi si celasse un nome dimenticato e che fu celebre, a escludere da sommari e occhielli qualsiasi ripetizione di parole contenute nel titolo vero e proprio, spulciando fra inesauribili sinonimi. E, a proposito del titolo: rigoroso bilanciamento, allineamento delle due righe che lo formavano, possibilmente di egual carattere e perciò contandone lettere e sillabe. Il crollo della guglia della Mole, l’adunata successiva degli Alpini che erano veri perché di naja, un terremoto sussultorio che mandò tutti a cercare sulle enciclopedie quanto sismico fosse il sottosuolo torinese. Ed era (fu) anche «Gazzetta del Popolo» il bar d’angolo in via Garibaldi che installò i primi juke-box e il marchingegno girevole (i dischi 78 giri scelti con il cadere della monetina nella fessura magica). Per me fu un poco «Gazzetta del Popolo» anche il primo sapore del «Negroni» poi fattosi abituale in certe notti all’Augustus con Magnano, Ronza, Mussa, Giordano, Domi Gianoglio e il sempre discettevole Giampaolo Martelli che prediligeva il San Carlo, vaassapere perché. E invece il tuo nome, Vanna, che illuminava tutta Torino, il tuo dolce nome amor mio incendiò la mia vita troppo sollecito a consumar la tua. Ma non voglio ricordare. Viene comunque dolore dal tempo andato, a soffermarci visi, invece lampi di piacevole malinconia ad assaporarli quando giungono. Guarda un po’, guarda meglio e scorgi ben squadrci di azzurri sul futuro, massì che è tuo ancòra e ancòra. Magari lo fosse per te, e per l’altra te, Giornale e Consorte affidati al destino, alle leggi del mondo che vengono prima di quelle altre Lassù.
Franco Piccinelli scrittore, poeta e giornalista * * *
1971. Carlo Petratto, alla tastiera di una linotype della "Gazzetta del Popolo"
Al «giornale» con papà Federico
La prima volta che ho visto una linotype e
una rotativa avevo cinque-sei anni. Mio padre Federico mi aveva portato a
vedere il suo posto di lavoro: la «Gazzetta del Popolo». Quella volta
varcammo l’entrata principale, in corso Valdocco. Ricordo l’effetto del
pavimento lucido, le grandi scale ma, soprattutto, quel vecchio torchio da
stampa che faceva mostra di sé nell’androne.
Tornai molte altre volte, quasi
sempre entrando da via dei Quartieri con i suoi portici e i muri austeri
di mattoni rossi. Ma nella pancia della «Gazzetta» per un ragazzino come
me, si nascondevano altre meraviglie: le rotative che sputavano nastri
interminabili, a velocità incredibile, di carta stampata che poi veniva
piegata, tagliata, e usciva sotto forma di giornale. Poi c’erano, appunto,
le linotype, con quel loro rumore metallico tintinnante e regolare delle
matrici che cadevano ordinatamente nei magazzini.
Forse a sorprendermi di più
furono «le macchine per scrivere che battevano da sole»: le telescriventi.
Mi affascinava guardare le aste dei caratteri che si muovevano da sole,
battendo le notizie di agenzia. Ed ancora: le enormi bobine di carta per
la rotativa, le fotografie, i cliché, i banconi con le colonne di
composizione bene allineate, i caratteri in piombo dentro le casse in
legno, i flan della stereotipia. Tutto era meraviglioso e stupefacente.
Fu mio padre a riportarmi alla
realtà. Lui che avrebbe voluto fare il tipografo ed invece, per aver
subito in gioventù un incidente ad una mano, alla «Gazzetta» faceva il
fattorino. Fu lui a parlarmi della fatica e dello stress da rumore di chi
lavorava alle rotative, i pericoli per i linotipisti costretti a respirare
esalazioni e polvere di piombo (mi disse: «Devono bere almeno un litro di
latte al giorno, ma non so se è sufficiente...»), gli orari astrusi per
chiudere, le folli corse degli autisti per prendere l'ultimo treno utile
per far arrivare il giornale all’alba a Roma, Napoli, in Riviera...
Quel mondo mi appariva a un
tempo gigantesco e fiabesco, oscuro e inquietante: certamente mi
affascinava. Ed ero fiero del mio papà che mi spiegava: eppure è un lavoro
importante dare notizie alla gente...
Ci sono poi altri ricordi per
cui non trovo le parole adatte: su tutti l’odore dell’inchiostro e della
carta di giornale... Dopo cinquant’anni lo ritrovo talvolta nelle
superstiti vecchie edicole di paese, quelle che vendono dai giornali al
dentifricio. Ma forse è soltanto più un desiderio di sentire quell’odore
che me lo riporta alle narici.
Ma i ricordi portano altri
ricordi. Ad esempio quando la televisione era ancora un oggetto
misterioso. Tanto misterioso che per farlo conoscere lo mettevano in
vetrina e la gente spiaccicava il naso contro il vetro per vedere. Mike
Bongiorno era ancora un signor nessuno, erano le prime trasmissioni
sperimentali. Nel 1954 vidi così, nell’angolo della vetrina del salone
promozionale che allora la «Gazzetta» teneva in piazza CLN (dove oggi c’è
una importante agenzia di viaggi) la mitica finale dei Mondiali di calcio
in Svizzera: la Germania batté a sorpresa la favoritissima Ungheria di
Puskas per 3 a 2 per merito di un mitico Seeler che rovesciò un pronostico
che pareva senza appello (anche perché all’andata era finita 8-2 per i
magiari...). Quel giorno, avevo otto anni, scoprii il calcio e la
televisione. Due anni prima, sempre in quel salone promozionale dove per
un certo periodo lavorò mio padre, imparavo l’alfabeto battendo lentamente
su una mitica «Olivetti 44».
Papà Federico non mi ha mai
fatto molte «prediche». Due consigli però me li ha ripetuti come filosofia
di vita: «Stai lontano dai giornali» e «Fa' un lavoro che ti piace,
altrimenti ti condanni a vita».
Per ascoltare il suo secondo
consiglio ho dovuto trasgredire al primo. Sono tornato infatti in un
giornale negli Anni Settanta. Le linotype erano ormai sparite, le
telescriventi profondamente modificate, scomparse anche le pagine con le
colonne in piombo e le casse con i caratteri per i titoli, sostituite da
chilometriche bande perforate, strisce di carta cerata che si attaccavano
su fogli trasparenti... E comunque non ne sono più uscito.
Sono spariti anche i banconi
per l’impaginazione, le mitiche macchine «Olivetti 22» sui tasti delle
quali ci si accaniva quando un attacco non veniva... Non si sente più il
ticchettio ed il campanello del carrello. La misteriosa «cartella» è stata
sostituita da un contatore di caratteri, sono entrati i bit, modem... Eppure oggi, dopo essere passato in altri giornali, in uffici stampa, preso appunti seguendo un corteo metalmeccanico o navigando su una barca a vela, sono contento di averlo ascoltato soltanto per metà. Il lavoro, mestiere, o professione che mi piaceva, stava ben dentro i giornali e al mondo dell’informazione. Gianni Boscolo Torino, 11 maggio 2001
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