LINOTYPE & LINOTIPISTI

l'arte di fondere i pensieri in piombo

 

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Verso la composizione meccanica
Genesi della Linotype
L'inventore
La Linotype
Linotype in passerella
I meccanismi segreti

LINOTYPE WORKS
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Menta
Novatype

Linotype in England - L&M
Intertype

MATRICI
Come si fabbricava una matrice

 Il percorso della matrice

 Traldi & Simoncini

 

RICORDANDO LA LINOTYPE
In punta di penna

Musei della stampa con Linotype

Neram (Armidale, Australia)

 

CURIOSITà
Cent'anni di Linotype
Linotype in versi
Etaoin
Linotype in filatelia

Linotypistes
Linotype in mezzo al mare

Fuoritesto, foto mai viste

Donne in tastiera

LINOTIPISTI
Linotipisti italiani
Diario di un linotipista

Nostalgia
One last line of type

Scuola Grafica Salesiana

GIORNALI & LINOTYPE
La Stampa (Torino)

Gazzetta del Popolo (Torino)
Secolo XIX (Genova)
Tribuna de Lavras (Brasile)

La Nación (Argentina)

El Clarín (Argentina)

The Modesto Bee (California)

Herald & Weekly Times (Australia)

 

 


 

C'era una volta...

il linotipista

 

Giorgio Coraglia ricorda Linotype e giornali sotto la Mole dagli Anni 60 ai 90 - «E' il mestiere del futuro» - Il tirocinio - Un posto al giornale - Il grande quotidiano - Arrivano le nuove tecnologie - La crisi della carta stampata

Anni 60: gli anni del tirocinio

Il mestiere me lo aveva insegnato Sandro Arata, un ex linotipista de «La Stampa» che si era licenziato agli inizi del 1950 per avviare una linotipia in pieno centro cittadino, nei pressi di piazza Statuto. Mi aveva indirizzato verso quel mestiere un lontano parente prevedendo che quello fosse la professione del futuro, in campo tipografico naturalmente. Cominciai così a scopare per terra, a raccogliere le scorie di piombo delle linotype, a pulire le macchine e a trasportare, in bicicletta, chili di grigio materiale nelle tipografie di mezza Torino. In sella a una vecchia bicicletta da macellaio, con il portapacchi davanti, dove caricavo una cassetta di righe tipografiche pesante sino a 70 chilogrammi. Non avevo ancora quindici anni ed ero piuttosto leggero, per cui era un problema mantenere ancorata a terra la bicicletta ché appena tentavo di scendere tendeva a rovesciarsi  con il pericolo di rovesciare e spargere a terra tutto il suo carico con il rischio neanche tanto remoto di danneggiarlo. E' successo qualche volta.

 

 

Sandro Arata (nella foto nei lontani Anni Cinquanta), lasciata «La Stampa», avviò la sua linotipia nel lontano 1949 in corso Francia. Nel 1951 trasloca in via Somis 7, e nel 1969 la linotipia si trasferisce in via Peyron 10, dove ancora lavora la figlia Carla sull'unica linotype superstite. Sandro lascia l'azienda nelle mani della figlia nel 1981 e si ritira nel suo amato bricco Cravera, in Valle Andona, un cocuzzolo collinare poco lontano da Asti.

Arrivavo a servire tipografie piuttosto lontane, vicine al vecchio stadio comunale o in corso Belgio, in tutte le stagioni e con qualunque tempo. E, possibilmente, sbrigandomi, come voleva il «padrone».

Poi iniziai a far le bozze e ad avvicinarmi alle macchine compositrici, che erano tre, tutte impegnate: vi lavoravano un operaio, il titolare e la figlia del titolare. Bisognava fare gavetta, era una regola. Finché un bel giorno, a diciassette anni, la mia tenacia fu premiata: mi fu offerto un turno di lavoro alla linotype. Dalle nove della sera alle sei del mattino. Di giorno, come detto, erano occupate.

Un sacchetto con i panini, e via a lavorare. Senza concederti alcuna pausa, poiché non avendo esperienza era già difficile rispettare una certa produzione, figurarsi pensare a un qualche recupero.

Fu veramente un periodo duro, anche perché a quell'età e per di più solo la notte non passava mai. Tante volte, poi, per non aver rimbrotti di scarsa produzione rimanevo ancora al lavoro sino oltre le 7, inforcando la bicicletta (la mia) per far ritorno a casa poco prima che arrivasse il principale.

Mi ricordo che nel '62 o '63 si verificarono per diversi giorni fino a notte fonda degli scontri fra la polizia e dimostranti che protestavano e minacciavano di mettere a fuoco la sede di un sindacacato in piazza Statuto. Le forze di polizia erano posizionate davanti al cinema Ideal e da lì partivano le cariche contro i dimostranti che venivano dispersi con il lancio di bombe lacrimogene e l'uso di manganelli. Era un problema riuscire a raggiungere il posto di lavoro senza essere confuso per uno dei rivoltosi e poi vi lascio immaginare come si potesse leggere e scrivere, quando per ore l'aria rimaneva pregna delle esalazioni di quelle bombe che fumavano nelle immediate vicinanze. Roba da piangere.

L'operaio fu poi chiamato all'Ilte, si liberò un posto e così diventai un linotipista di giorno. E per qualche anno fu come trovarsi in famiglia. La paga era pochina, ma si stava bene. Curavi i clienti, la produzione, la macchina e ti gestivi il lavoro. Intanto imparavi davvero il mestiere.

Verso il '65 i linotipisti della «Gazzetta del Popolo», che allora stampava anche il «Tuttosport», si rifiutarono di lavorare all'edizione domenicale del giornale sportivo. Quel lavoro fu dato in appalto, così mi ritrovai impegnato anche in quel santo giorno.

L'editore Piantelli, dopo qualche tempo, decise di rompere quell'insopportabile matrimonio con la «Gazzetta» di corso Valdocco e trasferì la produzione della testata negli stabilimenti dello stampatore Caprotti in via Villar.

 

 

Le linotype erano però insufficienti. Per colmare questa lacuna si fece ricorso a una linotipia esterna che da via don Bosco si trasferì in via Ticino, proprio davanti alla porta carraia del giornale. Ferraro e Rubatto (uno ex linotipista della «Stampa», l'altro della Nuova Sardegna) erano i titolari della piccola azienda che metteva cinque linotype a disposizione del quotidiano per tre-quattro ore al giorno, compresa la domenica.

 

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La linotipia Velox di Sebastiano Ferraro (ex «La Stampa») e Umberto Rubatto (ex «La Nuova Sardegna») si trasferisce nel 1966 da via Don Bosco in via Ticino per dar manforte al «Tuttosport». Per anni formerà tanti giovani linotipisti, molti dei quali   approderanno poi al quotidiano sportivo torinese. Cessata la stampa del «Tuttosport» a Torino, la linotipia verrà ceduta e al suo posto verrà a installarsi un laboratorio di fotocomposizione

Nel '68, mi fu offerto un posto in questa ditta alleata al «Tuttosport». Lasciai Arata dopo otto anni e mezzo. Per qualche mese lavorai così a mezzo servizio anche per il giornale sportivo. Poi mi fu chiesto di attraversare via Ticino e mi ritrovai a far parte della galassia quotidiani.

 

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Carla Arata e Giorgio Coraglia nei lontani Anni 60

 

Quei meravigliosi Anni 70

 Il 2 maggio del 1969, il giorno dopo la festa dei lavoratori, mi ritrovai a toccare il cielo con un dito: entravo come linotipista al «Tuttosport», il quotidiano sportivo preparato e stampato (allora) a Torino. Dopo dieci anni di tirocinio finalmente un posto in paradiso.

Un'esperienza entusiasmante in un universo affascinante. Fu una permanenza breve ma costituì senz'altro il periodo professionale più piacevole. Era bello il lavoro, l'ambiente, ricordo perfetti i rapporti con i colleghi, di qualunque professione e livello, anche con i giornalisti.

Si andava d'accordo con tutti, e i rapporti di amicizia continuavano anche dopo l'orario di lavoro. A fine turno si combinava sovente qualche uscita: per una partita a bocce, per una pizza, per... E alla domenica, finito il giornale, bresaola e ossibuchi con i piselli ai Due Principi di corso Principe Eugenio. Poligrafici e giornalisti.

Intanto il contratto dei poligrafici dei quotidiani dei primi Anni Settanta prevedeva una grande rivoluzione: il giorno di riposo settimanale. Sino ad allora nei giornali si lavorava sette giorni su sette (almeno per quelli che avevano l'edizione domenicale) per sei ore al giorno (cinque ore a Roma).

«La Stampa» dovette aprire le porte a una folta squadra di nuovi assunti. Servivano per permettere ai propri dipendenti il godimento dei giorni di riposo accumulati dall'entrata in vigore del nuovo contratto e per quelli che settimanalmente venivano maturati.

 I quotidiani cittadini in quel periodo erano addirittura quattro («La Stampa», «Stampa Sera», «Gazzetta del Popolo», «Tuttosport») se si vuole escludere la breve apparizione di «Piemonte Sera». Bussarono anche al quotidiano sportivo dell'editore Piantelli. L'editore aveva appena perso uno dei suoi figli, Emanuele, quello che era sicuramente interessato al giornale. Fu un colpo tremendo per tutti, si prospettava perfino la possibilità che il padre potesse abbandonare l'attività.

Me ne andai da corso Venezia insieme con un buon numero di colleghi, veramente a malincuore. Ma il richiamo di «mamma Stampa» era troppo forte, non si poteva proprio dire di no. Il massimo quotidiano torinese aveva appena traslocato da via Bertola in via Marenco. Al miraggio del posto sicuro e di una busta paga rigonfia tutti fummo presi da incantamento.

Il ricordo delle tredici macchine compositrici del «Tuttosport» impallidiva se confrontato al viale lungo una quarantina di linotype della «Stampa». Anche il numero degli addetti aveva dimensioni stratosferiche (per la realtà degli occupati negli altri giornali). Forse non erano quindici al «Tuttosport», ma certamente i linotipisti di via Marenco arrivarono a sessantanove. L'ultimo entrò il 15 dicembre 1975. 

 

1975. Il reparto linotipisti de «La Stampa» di Torino (in piedi, nell'ordine: Giuseppe Serale, Giorgio Coraglia e Francesco Lamberto)

Dalle 7 alle 14 si picchiettava per il quotidiano del pomeriggio, dal primo pomeriggio sino alle 3 (tre) di notte era un continuo ricambio di turni per l'edizione della sorella maggiore. Orari un po' balordi, per la verità. Ma lavoravi al giornale e andava bene così. Anche la domenica era benvenuta. Si lavorava poco e si guadagnava molto. Guai a perderla. Con la metà di ore si guadagnava più del doppio di una giornata normale, che era già senz'altro ben pagata.

E il soggiorno nel paese di bengodi si protrasse sino al giugno del 1976 quando i linotipisti iniziarono uno sciopero per ottenere aumenti che l'azienda - con una lettera raccomandata dell'1 luglio inviata ai dipendenti - riteneva fossero tassativamente esclusi dall'accordo della classificazione unica.

Fu un braccio di ferro che durò ben diciotto giorni durante i quali furono bloccate le due testate. Alla fine si levò bandiera bianca e dagli aumenti che si richiedevano, più o meno pretenziosamente, si arrivò invece a una completa capitolazione. Le tre settimane di sciopero furono risarcite «con il recupero dei vuoti produttivi e con la utilizzazione di innovazioni tecnologiche». Una disfatta, un repentino tramonto di tutte le proprie specifiche professioni dei poligrafici impiegati nei giornali.

Un addio alla composizione a caldo, alle casse dei caratteri, all'odoroso e impiastricciante inchiostro. Arrivarono le macchine per scrivere con il nastro perforato. Si batteva su tasti elettrici, piccoli punzoni rispondevano con uno o più fori in un rotolo di carta verde che era duro da assottigliare. Mentre in bellavista era un implacabile contatore di battute. Tante ore, tante lettere: l'equazione della resa incondizionata del poligrafico. Dalla curiosa necessità di leggere all'incontrario le righe di piombo alla stramberia di leggere dei buchi.

 

Nostalgia della mitica linotype

Che nostalgia in quei tempi il mitragliare delle linotype. Rimpiangevi quell'enorme tastiera di 90 tasti (più lo spazio) che spadroneggiavi e che ti rendeva così indispensabile all'azienda e così importante, prima di tutto a te stesso. Una vasta tastiera divisa in tre sezioni: minuscole, punteggiatura e numeri, maiuscole. Una ferrea creatura alta due metri, con tutti i suoi meccanismi in bella vista sostenuti da uno scheletro assolutamente rassicurante nella sua solidità.

Tutti i movimenti erano rigorosamente meccanici. Le dita danzavano sui tasti che comandavano degli eccentrici, questi ruotando facevano alzare dei «soldatini» che permettevano la caduta delle matrici nel compositoio. Ogni matrice recava scolpita una lettera, un simbolo o un numero. Arrivavano precipitando e le lettere si allineavano tremolanti l'una vicino l'altra sino a formare una parola, poi cadeva un luccicante spazio a dividerle finché si completava una riga che un carrello trasferiva nella testa dell'elevatore che in un primo tempo abbassava quel drappello di matrici e spazi in una morsa; un martello percuoteva gli spazi obbligandoli a incunearsi tra una parola e l'altra in modo di ottenere righe di egual misura.

Attraverso una feritoia dalle dimensioni prestabilite dall'impiego di misurine (che ne determinavano la lunghezza) e di testine (che stabilivano il corpo, lo spessore) arrivava, grazie a un pistone che affondava in una caldaia di metallo liquido, una spruzzata di piombo fuso che andava a imprimersi nell'incisione di ogni matrice assumendone la forma. Quello che veniva comunemente chiamato piombo era in realtà una lega di piombo, stagno e antimonio: questa unione aveva la proprietà di rendere le righe parecchio resistenti alla pressione che avrebbero poi subìto nel processo di stereotipia per ricavarne poi le lastre per i cilindri della rotativa.

Il getto di metallo liquido si raffreddava assai rapidamente, per cui appena il primo elevatore aveva ceduto le matrici al secondo  e gli spazi al «calzolaio», la riga già solidificata, veniva spinta dallo «spingiriga» (che altro sennò?) e dopo essersi affilata  attraverso i coltelli, finiva in bella mostra nel vantaggio. Guai a toccarla subito, se non eri un linotipista. L'incauto (quasi sempre il giornalista) si scottava, eccome.

Intanto il secondo elevatore, terminava la sua corsa in vetta alla linotype infilando il carico di matrici in una barra a prisma. Una vite senza fine le trascinava lungo la sbarra facendole ripiombare nella scanalature del magazzino portamatrici. Ognuna al suo posto. Era questa discesa caduta, quasi in perpendicolare, che produceva quello straordinario concerto di percussioni che caratterizzava il giornale, quello di una volta.

E ti sentivi un Dio. Era difficile sudare, ma quando si era in chiusura viaggiavi come un treno. E, come il treno, disponevi di un freno di emergenza. Un incidente abbastanza frequente per il linotipista era la «sbruffata»: una spruzzata piuttosto violenta di metallo fuso che ti arrivava addosso, appiccicandosi a grosse placche sulle zone coperte e scoperte dell’incauto operatore. Potevi prevenirla se intervenivi bloccando la macchina prima della discesa del pistone. Spingevi una luccicante maniglia posta alla tua sinistra, appena sotto la tastiera: la meccanica, si chiamava così. Era lo strumento principe di prevenzione e di potere. Bastava minacciare «Chiudiamo la meccanica» che dai piani alti arrivava in un amen chi raccoglieva proposte, richieste, nuove pretese.

 

Arrivano le nuove tecnologie

Scusatemi, mi sono perso. Stavo dicendo dell'avvento delle nuove tecnologie. Gli anziani le irridevano, sornioni. «Tutte cavolate, il giornale continueranno a farlo così anche i nostri figli. Avete visto in America?». E davvero in quegli anni pareva che negli Stati Uniti avessero abbandonato le innovazioni tecnologiche per ripristinare i vecchi sistemi giudicandoli più affidabili.

Ma «La Stampa» non demorde. Anzi. Arrivano i videocorrettori, gli Harris 1100. Degli enormi scatoloni di latta, con un monitor a fosfori verdastri tanto grande quanto poco capiente. Questo mobile in latta legge il nastro delle telescriventi ribaltandone il tutto maiuscolo in tutto minuscolo. L'operatore interviene apportando le correzioni al testo richieste dal redattore sullo stampato della telescrivente, mette poi le maiuscole, i segni, gli spazi e poi, una videata alla volta, ricostruisce un'altra banda perforata, questa volta a sei livelli (contro i cinque livelli della telescrivente, la differenza serviva a compensare le deficienze nei segni e nei simboli). Questa banda perforata viene poi fatta scorrere attraverso un lettore ottico-meccanico collegato a un poco idoneo elaboratore, usato principalmente per fascettari e buste paga.

Questo cervellone, quando non va in tilt, come sovente gli accade, dopo un po' di tempo, rielabora un nastro giustificato, cioè dividerà il testo digitato riga per riga come dovrà poi comparire sul  giornale. Questo nuovo nastro verrà inserito nelle linotype automatiche, l'ultima generazione delle compositrici meccaniche. Macchine assai più veloci, ma anche poco affidabili.

A giudicare dai primi pessimi risultati questo moderno processo di composizione del giornale sembra non recare alcun vantaggio pratico, anzi manda a pallino tutte le programmazioni temporali delle pagine interessate a queste innovazioni: quelle delle Cronache novaresi, poi quelle della Liguria.

Intanto convivono i sistemi tradizionali e le nuove tecnologie, si dividono soltanto le pagine. E anche gli operatori saltellano da una lavorazione all'altra, almeno i giovani. Gli anziani vengono lasciati liberi di scegliere e ben si può immaginare che la maggioranza scelga di rimanere ancorata alle vecchie lavorazioni. I giovani, invece, iniziano la corsa alle riqualificazioni. Si prospetta un futuro fantastico, almeno così sussurra chi la sa lunga.

Si dà il via ai corsi di «riqualificazione»: corsi di digitazione, corsi all'uso dei videocorrettori, corsi per l'apprendimento dei nuovi comandi per programmare i diversi tipi di composizione, corsi per la nuova gestione tecnologica degli annunci economici e così via. In quegli anni, la giornata lavorativa tipo per i giovani, impegnati a riqualificarsi, era così programmata: entrata nello stabilimento alle ore 14, sino alle 17 corsi di riqualificazione, dalle 17,30 alle 23,30 turno di lavoro, dalle 24 alle 3 straordinario. E il giorno dopo si riprendeva, con lo stesso orario.

L'ultimo turno terminava alle 3. Sì, perché quello era l'orario di chiusura della tipografia (era alle 4 sino a pochi anni prima), salvo imprevisti. Non erano rare le volte in cui poco prima della chiusura arrivava un cronista che dettava a braccio al linotipista il resoconto del consiglio comunale che si era appena concluso. Si faceva l'ultimo sprint, le righe ancora calde raggiungevano la pagina di cronaca cittadina, subito raccolta dagli stereotipisti che la preparavano in un battibaleno per la frastornante rotativa.

A mano a mano che le nuove tecnologie si espandevano e si miglioravano, la vecchia professione spariva un pezzo alla volta. Alle vecchie linotype lavoravano ormai soltanto gli anziani in odore di pensione. Non facevano più previsioni. I giovani, sempre più distanti, guardavano al futuro, ma erano sempre più disincantati. All'atto pratico la complessa riqualificazione ti aveva al massimo trasformato in un mediocre dattilografo o, peggio ancora, passavi il turno ritagliando pezzi di carta fotocomposta che appiccicavi su un foglio millimetrato.

Le mani non erano più nere, nessuno si scottava più le dita con il piombo, tutto era pulito e silenzioso. Anche noi, perlomeno silenziosi.

Poi entrarono apparecchiature sempre più sofisticate che andarono a sostituire linotype, telai per le pagine, casse dei caratteri, telefoto, telescriventi. Anche la dimafonia (che si pensava insostituibile) è stata scavalcata da fax e computer, portatili e non. Cosicché oggi tipografia, dimafonia, spedizione, rotative sono nomi obsoleti dati ad ambienti dove escono occupanti non vecchi per far posto ad apparecchiature nuove. Macchine sempre più piccole che creano spazi sempre più ampi.

 

... e i giornali se ne vanno

E i giornali cittadini? La «Gazzetta del popolo» va in crisi e chiude negli Anni Ottanta, sembra resuscitare una o due volte, ma poi soccombe definitivamente proprio nello stesso stabilimento dove si stampa il «Tuttosport» (la legge del contrappasso). E se si piange per la perdita della «Gazzetta» altre lacrime poco dopo si versano perché la stampa del quotidiano sportivo viene spostata a Milano. Rimangono una dozzina di giornalisti in un ufficio di un centro commerciale cittadino. E due. L'editrice «La Stampa» sembra farla da padrona, con le sue due edizioni.  E' appena infastidita dall'edizione con le pagine di cronaca cittadina de «La Repubblica». Non la impensierisce certamente la meteora «Gazzetta del Piemonte» che vede la luce nel maggio del '91 e muore ancora bambina. La «Stampa Sera», da sempre considerata in crisi, si presenta al funerale vestita di nuovo. Carlo Rossella l'ha ristrutturata sul modello dei giornali metropolitani statunitensi. Ventimila copie per raggiungere il «break even», ma i lettori non capiscono l'inglese. Carlo Rossella se ne va e «Stampa Sera» chiude. A Torino rimane «La Stampa». E basta.

Così tra un prepensionamento e l'altro il linotipista, l'impaginatore, lo stereotipista, quasi tutti i rotativisti se ne sono andati. Insalutati ospiti.

Questa storia finisce qui, nel 1993.

 

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Idea, grafica e realizzazione di:

Giorgio Coraglia

 

info@linotipia.it

 

 

 

 

 

 

 

 Scuola Grafica Salesiana

La Tipografia dell'Oratorio
di San Francesco di Sales

 

Don Bosco da tempo sognava di fondare una «scuola del libro» nella sua istituzione di Valdocco. Il primo passo per la costruzione di una tipografia lo compie nel 1854 quando, dopo il laboratorio dei calzolai e quello dei sarti, apre la legatoria dei libri. Deve poi attendere fino al 1861 per riuscire ad aprire la «sua» tipografia: due vecchie macchine a ruota, che dovevano essere girate con la forza delle braccia, e un torchio: macchinari di seconda o terza mano. Il bancone e i cassetti per i caratteri furono invece preparati dai falegnami della casa.

Il primo libro stampato dalla Tipografia dell'Oratorio di San Francesco di Sales fu un libretto del canonico C. Schmid: «Teofilo, ossia il giovane romito, ameno racconto». Uscì come fascicolo delle «Letture Cattoliche» nel maggio 1862.

Poco dopo l'inaugurazione la tipografia passò provvisoriamente nello stanzone costruito a pianterreno sotto le finestre della camera di Don Bosco, e quindi si stabilì in nuovi locali. Dov'era la tipografia si installò una fonderia di caratteri.

La tipografia divenne grandiosa ed efficiente, tanto da competere con le migliori della città: quattro torchi, dodici macchine mosse prima dal vapore, poi dal gas e infine dall'energia elettrica, fonderia di caratteri, stereotipia, calcografia.

La scuola professionale di Don Bosco avviava i giovani all'apprendimento di un'arte e lo metteva in contatto vivo con la vita: «sapendo che il suo lavoro si presenterà come un oggetto di valore sul mercato, il giovane acquisterà anche sui banchi della scuola quel senso di responsabilità che è qualità indispensabile alla sua formazione» (Epistolario di San Giovanni Bosco).

Il 22 novembre 1881 Don Bosco decide di allargare e potenziare la Tipografia dell'Oratorio e colloca la pietra angolare della nuova tipografia al lato sinistro del Santuario di Maria Ausiliatrice. L'edificio è terminato nel 1883 ed è destinato alla «scuola del libro» con i laboratori dei tipografi, compositori e stampatori.

Nel 1884 a Torino si teneva l'Esposizione Nazionale. Don Bosco ottenne la concessione di un'immensa galleria nella quale collocò e mise in azione tutte le macchine necessarie (un torchio a mano e un tagliacarte usati da Don Bosco sono oggi visibili nel Museo della Stampa di Mondovì, n.d.r.) per la produzione del libro. Dalla fabbricazione della carta alla fusione dei caratteri, la composizione e la stampa, la legatoria e infine... la vendita.

Per far funzionare bene la tipografia Don Bosco fece e rifece diversi regolamenti. La formula esatta la trovò soltanto quando come capi-laboratorio ebbe persone legate totalmente a lui; i salesiani coadiutori, religiosi come i preti, ma dedicati alle scuole professionali.

 

(Da «Prima Scuola Grafica Salesiana - Anno 125°» di Teresio Bosco, S.G.S. Torino, 1986)

 

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La Scuola Grafica Salesiana

e  la «vecchia Signora»

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Giuseppe Moscardini, ultimo capo dei linotipisti di Valdocco, ricorda i bei tempi che furono. «Licenziato» dal corso di compositore meccanico nel giugno 1970, linotipista dal 1970 al 1986, «riciclato» in offset nello stesso anno

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Nel settembre del 1966, accompagnato da don Agostino, salesiano, visitavo i locali tipografici dell’Istituto Professionale «Don Bosco» a Valdocco, in previsione di una mia iscrizione nel ramo Grafico. Nel reparto della tipografia fui subito attratto da cinque interessanti macchinari posti in fondo al locale, separati dalla tipografia da una luminosa vetrata. I movimenti sincronizzati delle diverse parti che le componevano, accordati da un ritmo di un ticchettio metallico che sul momento non capivo da dove provenisse, mi attrassero immediatamente.

«Belle! Che cosa sono?» domandai al salesiano che mi accompagnava.

«Sono le Linotype! Il reparto si chiama linotipia e gli operatori sono linotipisti e si considerano i "signori" della tipografia».

A parte l’ultima definizione, «signori», il macchinario mi ipnotizzò.

«Va bene, vada per la linotipia!».

«Eh… calma! Prima di frequentare il Corso di linotipista, bisogna espletare i tre anni di Istituto Professionale per conseguire il diploma di qualifica di compositore-impaginatore a mano».

Così iniziai i tre anni di qualifica di tipografo impaginatore. Per tre anni, i miei contatti con le Linotype si riducevano a pochi minuti di entrata in linotipia per recuperare la composizione da impaginare, oppure sostando dinnanzi alla vetrata, in silenziosa osservazione, mentre attendevo il mio turno al «tirabozze».

Nel settembre del 1969 misi finalmente piede in linotipia come allievo del Corso di specializzazione in composizione meccanica. Caporeparto e istruttore, in quegli anni, era Piero Pittarello (Pitt per i colleghi, e, dopo qualche mese di conoscenza anche per gli allievi). Portai a termine regolarmente il Corso a giugno dell’anno seguente e il Direttore della Scuola Grafica Salesiana di quegli anni, Enrico Ferrero, propose di assumermi come dipendente, proposta che accettai ben volentieri.

 

Piero Pittarello

 

Nel 1972, una situazione drammatica, mise fine alla vita di Piero Pittarello, a soli trentaquattro anni. Qualche giorno dopo, il nuovo direttore, Vittorio Zebulone, mi convocò in ufficio, mi guardò in silenzio qualche secondo, poi a bruciapelo: «Moscardini, ti senti in grado, momentaneamente, di gestire la linotipia? Il tempo necessario per risistemare la situazione».

Come tutte le situazioni «momentanee» che si rispettino, la temporaneità della situazione si protrasse per ben quattordici anni.

A ventidue anni mi trovai a gestire un reparto composto da cinque Linotype, tre operai, due allievi ad ogni anno scolastico, qualche linotipista della Gazzetta del Popolo che veniva a lavorare a ore, l’addetto per la rifusione delle righe in lingotti, disponendo la Scuola Grafica della propria fonderia interna, e… tanto lavoro da organizzare e distribuire sulle macchine, tenendo conto del gradimento personale di ogni operaio verso un tipo di Linotype invece di un’altra e perché no, anche del tipo di lavoro preferito (i linotipisti, l’ho imparato a mie spese, hanno sempre avuto il carattere particolarmente egocentrico e per- maloso dei «signori»; sapevano sempre chiaramente quello che desideravano), tutto questo, naturalmente, in senso positivo, non vorrei che qualcuno se ne risentisse!

Non dimentichiamo gli allievi! Un tipo di Linotype era troppo veloce per le iniziali esperienze e incuteva loro una naturale apprensione al momento di affidare la riga di matrici alla fusione; oppure un altro tipo di macchina, più adatto alle loro possibilità, era occupata da lavori troppo impegnativi per le loro ridotte conoscenze; e poi c’era da programmare la progressività delle lezioni e dei relativi esercizi, naturalmente alla Linotype! Come si può dedurre, le giornate passavano veloci, tra una capriola e un triplo salto mortale per far quadrare il tutto. Eppure, la linotipia aveva i suoi «ritmi» quasi naturali, «soft», direbbero gli inglesi, sembrava che il «ritmo» di composizione, di caduta delle matrici avesse un effetto calmante sulle persone e sulle cose.

Nei primi mesi trovai un validissimo aiuto nel gestire le problematiche meccaniche nel libro «Linotype senza segreti» di Vincenzo Coppo, testo in dotazione per il Corso di compositore meccanico, e più tardi nella persona di Piero Frigerio, meccanico al quotidiano «La Stampa», dove mi recavo nei momenti di particolare difficoltà e da cui uscivo sempre con un consiglio prezioso o un aiuto validissimo.

Come ho già accennato, il reparto era composto da cinque Linotype, due italiane: una Italtype Alfa a un magazzino,  una Italtype Delta a quattro magazzini con distribuzione semplice con cambio magazzini a manovella; ambedue degli Anni 50. A mio modesto parere, erano macchine «mediocri», ma affidabili, ideali per gli allievi, con una velocità di rotazione che non «spaventava» gli allievi alle prime armi; la tastiera era discretamente sensibile (anche se i tasti non avevano nulla di ergonomico) e un sistema «a orologeria» molto regolare (era del tipo a presa diretta con ingranaggi).

Due Linotype modello Nova dell’Etelia, una 121 a un magazzino; una 124 a quattro magazzini, distribuzione semplice, cambio dei magazzini a sistema elettrico con movimento idraulico, ambedue degli anni ’60. Erano due modelli adoperati esclusivamente per la produzione, belle nelle loro carenature che le racchiudevano, piccole, con un ingombro minimo, grazie al numero ridotto a otto delle cammes e alla ridotta circonferenza delle stesse che le rendevano molto veloci in produzione; i linotipisti anziani asserivano che erano troppo veloci e «leggere» e quindi portate a «sfasciarsi» da sole, personalmente non mi hanno mai creato problemi, a parte la ruota porta-mould, più leggera e piccola rispetto agli altri modelli e che andava incontro a problemi di deformazione (mi ricordo di averle fatta rettificare entrambe, almeno una volta). Le Nova non le consideravo adatte per gli allievi alle prime armi, la tastiera con la corsa corta e sensibile e con il sistema ad orologeria molto veloce «coprivano» le irregolarità di ritmo di battuta degli stessi e quindi non adatte a fare esperienza di «manicatura», poi, la velocità di rotazione della macchina, metteva in continua apprensione l’allievo al momento di inviare in fusione la riga di matrici. Il modello 124 aggiungeva a questi rischi qualcosa di suo: la selezione dei magazzini con il sistema elettrico a movimento idraulico. Vi erano le sicurezze «passive», è vero, ma un attimo di disattenzione da parte dell’operatore e… il magazzino di turno «volava» dal suo alloggiamento, sparpagliando a terra il suo contenuto di matrici! Per questi motivi, riservavo agli allievi l’esperienza di lavorare alle Nova negli ultimi mesi del Corso, quando avevano affinato adeguatamente i «sensi» del linotipista.

Infine, la Linotype per eccellenza, la Modello 29, americana, della Mergenthaler Linotype CO. Nuova York, anno 1937, novanta canali, doppia distribuzione, quattro magazzini, di cui conservo gelosamente la targa di riconoscimento, la «vecchia Signora» come amavo chiamarla, il «rottame», come l’apostrofavano Pitt e tutti gli operai e allievi. La macchina era posta tra le due Nova che, a causa del loro ingombro ridotto, la rendevano quasi imponente. Compresi subito, fin dai primi giorni, che non era un modello amato dagli operai, anche se non capivo il perché delle loro motivazioni. Lenta, il sistema ad orologeria poco preciso, la doppia distribuzione che creava volentieri «ingolfamenti» di matrici, giustificazione un po’ «lasca», e per ultimo, la tipologia dei lavori che comportavano l’uso contemporaneo di due magazzini, tondo, corsivo, neretto, MAIUSCOLETTO; possedeva, però, una tastiera morbidissima al tocco, che permetteva una «manicatura» leggera e precisa, non sempre assecondata dal sistema ad orologeria, effettivamente un po’ scontroso, e del «ventaglio», troppo verticale alla cinghia trasporta matrici.

Pur trovandomi a mio agio con i due modelli di Italtype, la «29» fu il modello da me preferito, in poco tempo il Pitt mi indirizzò decisamente su di lei, permettendomi, in questa maniera, di prendere molto presto confidenza con il «lavoro» di produzione vero e proprio, e sollevando se stesso dalla quotidiana impopolarità di dover indirizzare uno degli operai alla «29».

Da responsabile del reparto, quando mi resi conto che la situazione «momentanea» si sarebbe protratta a lungo, decisi di mettere mano a delle modifiche meccaniche sulla «29» che mi frullavano in testa da tempo. Ridussi il numero di denti del rocchetto per acquistare un po’ di velocità di funzionamento, badando di non peggiorare i tempi di pausa della caldaia e della ruota porta mould, e acquistando contemporaneamente un po’ di giri in più dell’albero puleggia per la velocità di rotazione della tastiera, sistema ad orologeria e distribuzione; feci tornire ulteriormente le pulegge della tastiera e del sistema ad orologeria in diametri leggermente inferiori; fu sostituita la classica cinghia in cuoio dell’orologeria con la cinghia elastica dei modelli Nova; modificai l’inclinazione del ventaglio, aumentandolo di qualche grado e di riflesso accorciando e allungando alcune alette; riadattai il freno matrici e l’uscita dell’orologeria ad una stella di fibra più piccola (prelevata dagli altri modelli) per aumentare la velocità di rotazione periferica; il diametro della puleggia della distribuzione rimase invariato, avendo già acquistato rotazione in più dall’albero puleggia e per evitare di aumentare il problema dell’ingolfamento nella doppia distribuzione (purtroppo il tempo di caduta libera dalla scatola superiore a quella inferiore non si poteva materialmente cambiare!!); potenziai la giustificazione sostituendo le molle e configurando uno stacco più netto dei relativi rulli sugli eccentrici. Risultò una macchina meno «slow» e si riuscì finalmente a programmare i lavori senza l’assillo di «chi ci mettiamo oggi a lavorare, se non posso farlo di persona?».

Intanto, con il passare degli anni, il vento dei «file» andò aumentando, trasformandosi ben presto in una bufera, nell’anno 1978, la Regione Piemonte, da cui dipendevano i finanziamenti dei Corsi Grafici, comunicò la sua intenzione di non voler più finanziare il Corso di compositore meccanico, considerato ormai inutile a fronte della nuova tecnologia dei computer. Nel settembre dello stesso anno la Direzione diede inizio ugualmente all’ultimo Corso di compositore meccanico con un solo allievo iscritto: Antonello Vizzari, che lo concluse nel 1979. Vizzari è così rimasto negli annali della Scuola Grafica Salesiana come l’ultimo allievo linotipista «licenziato» dal Corso e, forse, a ragion veduta, l’ultimo giovane linotipista immesso nel «mercato» del lavoro. Antonello Vizzari, dopo un breve periodo di lavoro presso la Linotipia Toso (che si era allora arricchita con le due « Intertype Monarch» de «La Stampa»), è ritornato a Valdocco, dove oggi «manovra» moderni computer.

Nel gennaio 1986, il direttore, Vittorio Zebulone, mi comunicò ufficialmente la data di chiusura della linotipia, in contemporanea alla tipografia. A me toccava l’ingrato compito di smantellare e consegnare al ferrovecchio le Linotype e… abbassare la saracinesca. Addio linotipia! Addio “vecchia Signora”!

Ottmar Mergenthaler brevettò la «Blower machine» nel 1886 negli Stati Uniti, nel 1986; a Torino, la linotipia della Scuola Grafica Salesiana lasciava il passo ai «file»: un secolo di vita tipografica entrava nella storia.

Anno 2002. Sono avvolto dal rumore e dalla puzza del reparto offset, ho di fronte Emanuele Mensa, giovane istruttore del Centro Formazione Professionale di Valdocco, nato, graficamente, nella modernità produttiva dei «file», che ha in mano dei caratteri di piombo e delle matrici di Linotype. Questi oggetti scatenano in me ricordi lontani. Mensa mi parla di fermare il tempo, ritornare alla Storia… Lo ascolto in silenzio… Mi pare il classico soggetto colpito alla testa da un meteorite proveniente dal passato. Boh?!… A volte il passato ritorna… Vedremo…

           Giuseppe Moscardini  (ottobre 2002)  

    

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Memorie poetiche di un ex allievo

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Tonino Bergera, linotipista della «Gazzetta del Popolo» e poeta della Linotype racconta gli anni dell'apprendimento in Valdocco

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«Ho fatto il mio ingresso a Valdocco nel 1961: artigiano, allievo tipografo compositore. Rammento ancora con precisione, in ordine alfabetico, i cognomi di tutti i miei compagno di corso: Beltramo, io (Bergera), Cena, Dellarossa, Fantino, Gardetto, Momo, Porta e Rancati. Insegnanti di laboratorio e tecnologia erano Zebulone e Tesio. Direttore della Scuola Grafica era Rossotto (in seguito gli successe Ferrero).

«Ho trascorso in quella grande Casa, alla rassicurante ombra di Don Bosco e dell'Ausiliatrice, cinque impegnativi anni di studio e lavoro: facendo tesoro, tanto nella mente quanto nel cuore, degli insegnamenti (tecnici e pedagogici) trasmessimi con dolce severità ed umanità intelligente.

«Terminato il 5° corso, ho caparbiamente voluto (rifiutando un'assunzione all'Olivetti...) specializzarmi alla Linotype, dalla quale ero irresistibilmente affascinato (m'incantavo spesso a osservare i linotipisti all'opera, al di là degli spessi cristalli che li separavano dalla compositoria a mano: quel loro diteggiare ritmico e disinvolto, quelle intermittenti cascatelle dorate sul compositoio, le linee di matrici e spazi ingoiate dagli elevatori, le sagomate rotazioni degli eccentrici, quei luccicanti argentei parallelepipedi di parole che s'allineavano sul vantaggio...). Così da allievo esterno, assieme con il compagno Beppe Beltramo e sotto la valente guida dell'insegnante laico Vincenzo Coppo (ex linotipista ed ex proto della "Gazzetta del Popolo"), ho potuto apprendere ogni segreto di questa meravigliosa macchina compositrice meccanica.

«Ho bei ricordi di Valdocco, dei compagni e degli insegnanti. E, anche se non sono assiduo ai raduni degli ex-allievi della Casa Madre, ho scolpiti nel cuore quei piccoli grandi valori e principi che dànno senso alla vita».

                                            Tonino Bergera

 

 

A Valdòch, alégher con pòch

 

Ciochin fila për doi e nen banfé.
Con sol o pieuva, nebia, fiòca o vent,
sota ‘l contròl ëd fer ëd j’assistent.
Cesa, laboratori e scòla: alé!

N’ora ‘d ricreassion corend daré
a nuvole ‘d balon, sudà e content.
La duminica ‘d sèira ‘l mej moment:
ël cine, tut da vëdde e da conté.

Dificil rije, dcò sota ij barbis?…
Ma nò! Mai rijù tant an vita mia
me con Don Bòsch e con l’Ausiliatris.

Ventava pa preghela, l’alegrìa:
rivava a la matin, n’andi decis,
peui tut ël di coragi a tùit fasìa.

 

 

 

       A Valdocco, allegri con poco

Campanella, fila per due e non fiatare.
Con sole o pioggia, nebbia, neve o vento,
sotto il controllo ferreo degli assistenti.
Chiesa, laboratorio e scuole: alé!

Un'ora di ricreazione correndo dietro
a nugoli di palloni, sudati e contenti.
La domenica sera il miglior momento:
il film, tutto da vedere e da raccontare.

Difficile ridere, anche sotto i baffi?…
Ma no! Mai riso tanto in vita mia
io con Don Bosco e l’Ausiliatrice.

Non bisognava pregarla l’allegria:
arrivava al mattino, con piglio deciso,
poi ti dava coraggio tutto il giorno.

    Tonino Bergera