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LINOTYPE & LINOTIPISTI l'arte di fondere i pensieri in piombo
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PRESENTAZIONE
Andar per Linotype LA STORIA LINOTYPE WORKS
MATRICI
RICORDANDO LA LINOTYPE Musei della stampa con Linotype
CURIOSITà LINOTIPISTI GIORNALI & LINOTYPE El Clarín (Argentina) The Modesto Bee (California) Herald & Weekly Times (Australia)
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C'era una volta...il linotipista
Anni 60: gli anni del tirocinioIl mestiere me lo aveva insegnato Sandro Arata, un ex linotipista de «La Stampa» che si era licenziato agli inizi del 1950 per avviare una linotipia in pieno centro cittadino, nei pressi di piazza Statuto. Mi aveva indirizzato verso quel mestiere un lontano parente prevedendo che quello fosse la professione del futuro, in campo tipografico naturalmente. Cominciai così a scopare per terra, a raccogliere le scorie di piombo delle linotype, a pulire le macchine e a trasportare, in bicicletta, chili di grigio materiale nelle tipografie di mezza Torino. In sella a una vecchia bicicletta da macellaio, con il portapacchi davanti, dove caricavo una cassetta di righe tipografiche pesante sino a 70 chilogrammi. Non avevo ancora quindici anni ed ero piuttosto leggero, per cui era un problema mantenere ancorata a terra la bicicletta ché appena tentavo di scendere tendeva a rovesciarsi con il pericolo di rovesciare e spargere a terra tutto il suo carico con il rischio neanche tanto remoto di danneggiarlo. E' successo qualche volta.
Sandro Arata (nella foto nei lontani Anni Cinquanta), lasciata «La Stampa», avviò la sua linotipia nel lontano 1949 in corso Francia. Nel 1951 trasloca in via Somis 7, e nel 1969 la linotipia si trasferisce in via Peyron 10, dove ancora lavora la figlia Carla sull'unica linotype superstite. Sandro lascia l'azienda nelle mani della figlia nel 1981 e si ritira nel suo amato bricco Cravera, in Valle Andona, un cocuzzolo collinare poco lontano da Asti.
Arrivavo a servire tipografie piuttosto lontane, vicine al vecchio stadio
comunale o in corso Belgio, in tutte le stagioni e con qualunque tempo. E,
possibilmente, sbrigandomi, come voleva il «padrone».
Poi iniziai a far le bozze e ad avvicinarmi alle macchine compositrici,
che erano tre, tutte impegnate: vi lavoravano un operaio, il titolare e la
figlia del titolare. Bisognava fare gavetta, era una regola. Finché un bel
giorno, a diciassette anni, la mia tenacia fu premiata: mi fu offerto un
turno di lavoro alla linotype. Dalle nove della sera alle sei del mattino.
Di giorno, come detto, erano occupate.
Un sacchetto con i panini, e via a lavorare. Senza concederti alcuna
pausa, poiché non avendo esperienza era già difficile rispettare una certa
produzione, figurarsi pensare a un qualche recupero.
Fu veramente un periodo duro, anche perché a quell'età e per di più solo
la notte non passava mai. Tante volte, poi, per non aver rimbrotti di
scarsa produzione rimanevo ancora al lavoro sino oltre le 7, inforcando la
bicicletta (la mia) per far ritorno a casa poco prima che arrivasse il
principale.
Mi ricordo che nel '62 o '63 si verificarono per diversi giorni fino a
notte fonda degli scontri fra la polizia e dimostranti che protestavano e
minacciavano di mettere a fuoco la sede di un sindacacato in piazza
Statuto. Le forze di polizia erano posizionate davanti al cinema Ideal e
da lì partivano le cariche contro i dimostranti che venivano dispersi con
il lancio di bombe lacrimogene e l'uso di manganelli. Era un problema
riuscire a raggiungere il posto di lavoro senza essere confuso per uno dei
rivoltosi e poi vi lascio immaginare come si potesse leggere e scrivere,
quando per ore l'aria rimaneva pregna delle esalazioni di quelle bombe che
fumavano nelle immediate vicinanze. Roba da piangere.
L'operaio fu poi chiamato all'Ilte, si liberò un posto e così diventai un
linotipista di giorno. E per qualche anno fu come trovarsi in famiglia. La
paga era pochina, ma si stava bene. Curavi i clienti, la produzione, la
macchina e ti gestivi il lavoro. Intanto imparavi davvero il mestiere.
Verso il '65 i linotipisti della «Gazzetta del Popolo», che allora
stampava anche il «Tuttosport», si rifiutarono di lavorare all'edizione
domenicale del giornale sportivo. Quel lavoro fu dato in appalto, così mi
ritrovai impegnato anche in quel santo giorno.
L'editore Piantelli, dopo qualche tempo, decise di rompere quell'insopportabile matrimonio con la «Gazzetta» di corso Valdocco e trasferì la produzione della testata negli stabilimenti dello stampatore Caprotti in via Villar.
Le linotype erano però insufficienti. Per colmare questa lacuna si fece ricorso a una linotipia esterna che da via don Bosco si trasferì in via Ticino, proprio davanti alla porta carraia del giornale. Ferraro e Rubatto (uno ex linotipista della «Stampa», l'altro della Nuova Sardegna) erano i titolari della piccola azienda che metteva cinque linotype a disposizione del quotidiano per tre-quattro ore al giorno, compresa la domenica.
La linotipia Velox di Sebastiano Ferraro (ex «La Stampa») e Umberto Rubatto (ex «La Nuova Sardegna») si trasferisce nel 1966 da via Don Bosco in via Ticino per dar manforte al «Tuttosport». Per anni formerà tanti giovani linotipisti, molti dei quali approderanno poi al quotidiano sportivo torinese. Cessata la stampa del «Tuttosport» a Torino, la linotipia verrà ceduta e al suo posto verrà a installarsi un laboratorio di fotocomposizione Nel '68, mi fu offerto un posto in questa ditta alleata al «Tuttosport». Lasciai Arata dopo otto anni e mezzo. Per qualche mese lavorai così a mezzo servizio anche per il giornale sportivo. Poi mi fu chiesto di attraversare via Ticino e mi ritrovai a far parte della galassia quotidiani.
Carla Arata e Giorgio Coraglia nei lontani Anni 60
Quei meravigliosi Anni 70Il 2 maggio del 1969, il giorno dopo la festa dei lavoratori, mi ritrovai a toccare il cielo con un dito: entravo come linotipista al «Tuttosport», il quotidiano sportivo preparato e stampato (allora) a Torino. Dopo dieci anni di tirocinio finalmente un posto in paradiso.
Un'esperienza entusiasmante in un universo affascinante. Fu una permanenza
breve ma costituì senz'altro il periodo professionale più piacevole. Era
bello il lavoro, l'ambiente, ricordo perfetti i rapporti con i colleghi,
di qualunque professione e livello, anche con i giornalisti.
Si andava d'accordo con tutti, e i rapporti di amicizia continuavano anche
dopo l'orario di lavoro. A fine turno si combinava sovente qualche uscita:
per una partita a bocce, per una pizza, per... E alla domenica, finito il
giornale, bresaola e ossibuchi con i piselli ai Due Principi di corso
Principe Eugenio. Poligrafici e giornalisti.
Intanto il contratto dei poligrafici dei quotidiani dei primi Anni
Settanta prevedeva una grande rivoluzione: il giorno di riposo
settimanale. Sino ad allora nei giornali si lavorava sette giorni su sette
(almeno per quelli che avevano l'edizione domenicale) per sei ore al
giorno (cinque ore a Roma).
«La Stampa» dovette aprire le porte a una folta squadra di nuovi assunti. Servivano per permettere ai propri dipendenti il godimento dei giorni di riposo accumulati dall'entrata in vigore del nuovo contratto e per quelli che settimanalmente venivano maturati.
I quotidiani cittadini in quel periodo erano addirittura quattro («La
Stampa», «Stampa Sera», «Gazzetta del Popolo», «Tuttosport») se si vuole
escludere la breve apparizione di «Piemonte Sera». Bussarono anche al
quotidiano sportivo dell'editore Piantelli. L'editore aveva appena perso
uno dei suoi figli, Emanuele, quello che era sicuramente interessato al
giornale. Fu un colpo tremendo per tutti, si prospettava perfino la
possibilità che il padre potesse abbandonare l'attività.
Me ne andai da corso Venezia insieme con un buon numero di colleghi,
veramente a malincuore. Ma il richiamo di «mamma Stampa» era troppo forte,
non si poteva proprio dire di no. Il massimo quotidiano torinese aveva
appena traslocato da via Bertola in via Marenco. Al miraggio del posto
sicuro e di una busta paga rigonfia tutti fummo presi da incantamento.
Il ricordo delle tredici macchine compositrici del «Tuttosport» impallidiva se confrontato al viale lungo una quarantina di linotype della «Stampa». Anche il numero degli addetti aveva dimensioni stratosferiche (per la realtà degli occupati negli altri giornali). Forse non erano quindici al «Tuttosport», ma certamente i linotipisti di via Marenco arrivarono a sessantanove. L'ultimo entrò il 15 dicembre 1975.
Dalle 7 alle 14 si picchiettava per il quotidiano del pomeriggio, dal
primo pomeriggio sino alle 3 (tre) di notte era un continuo ricambio di
turni per l'edizione della sorella maggiore. Orari un po' balordi, per la
verità. Ma lavoravi al giornale e andava bene così. Anche la domenica era
benvenuta. Si lavorava poco e si guadagnava molto. Guai a perderla. Con la
metà di ore si guadagnava più del doppio di una giornata normale, che era
già senz'altro ben pagata.
E il soggiorno nel paese di bengodi si protrasse sino al giugno del 1976
quando i linotipisti iniziarono uno sciopero per ottenere aumenti che
l'azienda - con una lettera raccomandata dell'1 luglio inviata ai
dipendenti - riteneva fossero tassativamente esclusi dall'accordo della
classificazione unica.
Fu un braccio di ferro che durò ben diciotto giorni durante i quali furono
bloccate le due testate. Alla fine si levò bandiera bianca e dagli aumenti
che si richiedevano, più o meno pretenziosamente, si arrivò invece a una
completa capitolazione. Le tre settimane di sciopero furono risarcite «con
il recupero dei vuoti produttivi e con la utilizzazione di innovazioni
tecnologiche». Una disfatta, un repentino tramonto di tutte le proprie
specifiche professioni dei poligrafici impiegati nei giornali.
Un addio alla composizione a caldo, alle casse dei caratteri, all'odoroso e impiastricciante inchiostro. Arrivarono le macchine per scrivere con il nastro perforato. Si batteva su tasti elettrici, piccoli punzoni rispondevano con uno o più fori in un rotolo di carta verde che era duro da assottigliare. Mentre in bellavista era un implacabile contatore di battute. Tante ore, tante lettere: l'equazione della resa incondizionata del poligrafico. Dalla curiosa necessità di leggere all'incontrario le righe di piombo alla stramberia di leggere dei buchi.
Nostalgia della mitica linotype
Che nostalgia in quei tempi il mitragliare delle linotype. Rimpiangevi
quell'enorme tastiera di 90 tasti (più lo spazio) che spadroneggiavi e che
ti rendeva così indispensabile all'azienda e così importante, prima di
tutto a te stesso. Una vasta tastiera divisa in tre sezioni: minuscole,
punteggiatura e numeri, maiuscole. Una ferrea creatura alta due metri, con
tutti i suoi meccanismi in bella vista sostenuti da uno scheletro
assolutamente rassicurante nella sua solidità.
Tutti i movimenti erano rigorosamente meccanici. Le dita danzavano sui
tasti che comandavano degli eccentrici, questi ruotando facevano alzare
dei «soldatini» che permettevano la caduta delle matrici nel compositoio.
Ogni matrice recava scolpita una lettera, un simbolo o un numero.
Arrivavano precipitando e le lettere si allineavano tremolanti l'una
vicino l'altra sino a formare una parola, poi cadeva un luccicante spazio
a dividerle finché si completava una riga che un carrello trasferiva nella
testa dell'elevatore che in un primo tempo abbassava quel drappello di
matrici e spazi in una morsa; un martello percuoteva gli spazi
obbligandoli a incunearsi tra una parola e l'altra in modo di ottenere
righe di egual misura.
Attraverso una feritoia dalle dimensioni prestabilite dall'impiego di
misurine (che ne determinavano la lunghezza) e di testine (che stabilivano
il corpo, lo spessore) arrivava, grazie a un pistone che affondava in una
caldaia di metallo liquido, una spruzzata di piombo fuso che andava a
imprimersi nell'incisione di ogni matrice assumendone la forma. Quello che
veniva comunemente chiamato piombo era in realtà una lega di piombo,
stagno e antimonio: questa unione aveva la proprietà di rendere le righe
parecchio resistenti alla pressione che avrebbero poi subìto nel processo
di stereotipia per ricavarne poi le lastre per i cilindri della rotativa.
Il getto di metallo liquido si raffreddava assai rapidamente, per cui
appena il primo elevatore aveva ceduto le matrici al secondo e gli spazi
al «calzolaio», la riga già solidificata, veniva spinta dallo «spingiriga»
(che altro sennò?) e dopo essersi affilata attraverso i coltelli, finiva
in bella mostra nel vantaggio. Guai a toccarla subito, se non eri un
linotipista. L'incauto (quasi sempre il giornalista) si scottava, eccome.
Intanto il secondo elevatore, terminava la sua corsa in vetta alla
linotype infilando il carico di matrici in una barra a prisma. Una vite
senza fine le trascinava lungo la sbarra facendole ripiombare nella
scanalature del magazzino portamatrici. Ognuna al suo posto. Era questa
discesa caduta, quasi in perpendicolare, che produceva quello
straordinario concerto di percussioni che caratterizzava il giornale,
quello di una volta.
E ti sentivi un Dio. Era difficile sudare, ma quando si era in chiusura viaggiavi come un treno. E, come il treno, disponevi di un freno di emergenza. Un incidente abbastanza frequente per il linotipista era la «sbruffata»: una spruzzata piuttosto violenta di metallo fuso che ti arrivava addosso, appiccicandosi a grosse placche sulle zone coperte e scoperte dell’incauto operatore. Potevi prevenirla se intervenivi bloccando la macchina prima della discesa del pistone. Spingevi una luccicante maniglia posta alla tua sinistra, appena sotto la tastiera: la meccanica, si chiamava così. Era lo strumento principe di prevenzione e di potere. Bastava minacciare «Chiudiamo la meccanica» che dai piani alti arrivava in un amen chi raccoglieva proposte, richieste, nuove pretese.
Arrivano le nuove tecnologie
Scusatemi, mi sono perso. Stavo dicendo dell'avvento delle nuove
tecnologie. Gli anziani le irridevano, sornioni. «Tutte cavolate, il
giornale continueranno a farlo così anche i nostri figli. Avete visto in
America?». E davvero in quegli anni pareva che negli Stati Uniti avessero
abbandonato le innovazioni tecnologiche per ripristinare i vecchi sistemi
giudicandoli più affidabili.
Ma «La Stampa» non demorde. Anzi. Arrivano i videocorrettori, gli Harris
1100. Degli enormi scatoloni di latta, con un monitor a fosfori verdastri
tanto grande quanto poco capiente. Questo mobile in latta legge il nastro
delle telescriventi ribaltandone il tutto maiuscolo in tutto minuscolo.
L'operatore interviene apportando le correzioni al testo richieste dal
redattore sullo stampato della telescrivente, mette poi le maiuscole, i
segni, gli spazi e poi, una videata alla volta, ricostruisce un'altra
banda perforata, questa volta a sei livelli (contro i cinque livelli della
telescrivente, la differenza serviva a compensare le deficienze nei segni
e nei simboli). Questa banda perforata viene poi fatta scorrere attraverso
un lettore ottico-meccanico collegato a un poco idoneo elaboratore, usato
principalmente per fascettari e buste paga.
Questo cervellone, quando non va in tilt, come sovente gli accade, dopo un
po' di tempo, rielabora un nastro giustificato, cioè dividerà il testo
digitato riga per riga come dovrà poi comparire sul giornale. Questo
nuovo nastro verrà inserito nelle linotype automatiche, l'ultima
generazione delle compositrici meccaniche. Macchine assai più veloci, ma
anche poco affidabili.
A giudicare dai primi pessimi risultati questo moderno processo di
composizione del giornale sembra non recare alcun vantaggio pratico, anzi
manda a pallino tutte le programmazioni temporali delle pagine interessate
a queste innovazioni: quelle delle Cronache novaresi, poi quelle della
Liguria.
Intanto convivono i sistemi tradizionali e le nuove tecnologie, si
dividono soltanto le pagine. E anche gli operatori saltellano da una
lavorazione all'altra, almeno i giovani. Gli anziani vengono lasciati
liberi di scegliere e ben si può immaginare che la maggioranza scelga di
rimanere ancorata alle vecchie lavorazioni. I giovani, invece, iniziano la
corsa alle riqualificazioni. Si prospetta un futuro fantastico, almeno
così sussurra chi la sa lunga.
Si dà il via ai corsi di «riqualificazione»: corsi di digitazione, corsi
all'uso dei videocorrettori, corsi per l'apprendimento dei nuovi comandi
per programmare i diversi tipi di composizione, corsi per la nuova
gestione tecnologica degli annunci economici e così via. In quegli anni,
la giornata lavorativa tipo per i giovani, impegnati a riqualificarsi, era
così programmata: entrata nello stabilimento alle ore 14, sino alle 17
corsi di riqualificazione, dalle 17,30 alle 23,30 turno di lavoro, dalle
24 alle 3 straordinario. E il giorno dopo si riprendeva, con lo stesso
orario.
L'ultimo turno terminava alle 3. Sì, perché quello era l'orario di
chiusura della tipografia (era alle 4 sino a pochi anni prima), salvo
imprevisti. Non erano rare le volte in cui poco prima della chiusura
arrivava un cronista che dettava a braccio al linotipista il resoconto del
consiglio comunale che si era appena concluso. Si faceva l'ultimo sprint,
le righe ancora calde raggiungevano la pagina di cronaca cittadina, subito
raccolta dagli stereotipisti che la preparavano in un battibaleno per la
frastornante rotativa.
A mano a mano che le nuove tecnologie si espandevano e si miglioravano, la
vecchia professione spariva un pezzo alla volta. Alle vecchie linotype
lavoravano ormai soltanto gli anziani in odore di pensione. Non facevano
più previsioni. I giovani, sempre più distanti, guardavano al futuro, ma
erano sempre più disincantati. All'atto pratico la complessa
riqualificazione ti aveva al massimo trasformato in un mediocre
dattilografo o, peggio ancora, passavi il turno ritagliando pezzi di carta
fotocomposta che appiccicavi su un foglio millimetrato.
Le mani non erano più nere, nessuno si scottava più le dita con il piombo,
tutto era pulito e silenzioso. Anche noi, perlomeno silenziosi.
Poi entrarono apparecchiature sempre più sofisticate che andarono a sostituire linotype, telai per le pagine, casse dei caratteri, telefoto, telescriventi. Anche la dimafonia (che si pensava insostituibile) è stata scavalcata da fax e computer, portatili e non. Cosicché oggi tipografia, dimafonia, spedizione, rotative sono nomi obsoleti dati ad ambienti dove escono occupanti non vecchi per far posto ad apparecchiature nuove. Macchine sempre più piccole che creano spazi sempre più ampi.
... e i giornali se ne vannoE i giornali cittadini? La «Gazzetta del popolo» va in crisi e chiude negli Anni Ottanta, sembra resuscitare una o due volte, ma poi soccombe definitivamente proprio nello stesso stabilimento dove si stampa il «Tuttosport» (la legge del contrappasso). E se si piange per la perdita della «Gazzetta» altre lacrime poco dopo si versano perché la stampa del quotidiano sportivo viene spostata a Milano. Rimangono una dozzina di giornalisti in un ufficio di un centro commerciale cittadino. E due. L'editrice «La Stampa» sembra farla da padrona, con le sue due edizioni. E' appena infastidita dall'edizione con le pagine di cronaca cittadina su «La Repubblica». Non la impensierisce certamente la meteora «Gazzetta del Piemonte» che vede la luce nel maggio del '91 e muore ancora bambina. La «Stampa Sera», da sempre considerata in crisi, si presenta al funerale vestita di nuovo. Carlo Rossella l'ha ristrutturata sul modello dei giornali metropolitani statunitensi. Ventimila copie per raggiungere il «break even», ma i lettori non capiscono l'inglese. Carlo Rossella se ne va e «Stampa Sera» chiude. A Torino rimane «La Stampa». E basta. Così tra un prepensionamento e l'altro il linotipista, l'impaginatore, lo stereotipista, quasi tutti i rotativisti se ne sono andati. Insalutati ospiti. E questa storia finisce qui, nel 1993.
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Scuola Grafica Salesiana
La Tipografia dell'Oratorio
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