LINOTYPE & LINOTIPISTI

l'arte di fondere i pensieri in piombo

 

 

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L'inventore
La Linotype
Linotype in passerella
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Menta
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Linotype in England - L&M
Intertype

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Come si fabbricava una matrice

Il percorso della matrice

Traldi & Simoncini

 

RICORDANDO LA LINOTYPE
In punta di penna

Musei della stampa con Linotype

Neram (Armidale, Australia)

 

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Cent'anni di Linotype
Linotype in versi
Etaoin
Linotype in filatelia

Linotypistes
Linotype in mezzo al mare

Fuoritesto, foto mai viste

Donne in tastiera

LINOTIPISTI
Linotipisti italiani
Diario di un linotipista

Nostalgia
One last line of type

Scuola Grafica Salesiana

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La Stampa (Torino)

Gazzetta del Popolo (Torino)
Secolo XIX (Genova)
Tribuna de Lavras (Brasile)

La Nación (Argentina)

El Clarín (Argentina)

The Modesto Bee (California)

Herald & Weekly Times (Australia)

 

 

 

 

 

Le macchine compositrici

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Preistoria e storia della composizione meccanica fino all'appendice sulla scoperta della foto-composizione - ricerca dal «dizionario esegetico tecnico e storico per le Arti grafiche con speciale riguardo alla tipografia» di Giuseppe Isidoro Arneudo (R. Scuola Tipografica e di arti affini, Torino, 1925)

 

Sotto la denominazione di «macchine compositrici» si comprendono tutti gli apparecchi, tutti i meccanismi che vennero via via esperimentandosi per sostituire la composizione manuale con la composizione meccanica. Questa parve a tutta prima, come il problema dell’aviazione, una magnifica e lodevole utopìa. Non si poteva supporre come l’intelligente e ragionata opera dell’uomo si sarebbe potuta sostituire con la utile azione di un meccanismo cieco: l’avvenire diede ragione agli utopisti e oggi la macchina compositrice è entrata nelle officine tipografiche quale una trionfatrice e il progresso meccanico già va, qua e là, segnalando innovazioni e perfezionamenti che riconfermeranno, ognor più, la sovranità della composizione meccanica sulla composizione manuale.

 I primi saggi delle macchine compositrici datano dal 1815: il primo tentativo serio vuolsi dovuto ad un compositore londinese, tal Beniamino Förster, il che, peraltro, non significa punto che l’idea di sostituire la composizione meccanica a quella manuale dati soltanto da detta epoca: tentativi più o meno riusciti erano già stati fatti, ma nessuno come quello del Förster aveva affievolito lo scetticismo dei più nella prodigiosa invenzione della macchina compositrice. Purtroppo difficoltà finanziarie impedirono all’inventore di attuare il suo trovato.

 D’allora però sorsero dappertutto nuove macchine, tutte curiose per costruzione, ma quale più e quale meno pratica. E anche in Italia si devono con onore segnalare, in questo campo, i nomi di Richieri, Lamonica e Codignola, del quale ultimo è giustizia il dire che aveva fin dal 1885 intuito esattamente il problema col cercarne la soluzione nella contemporanea composizione e fusione delle lettere, come appunto ha fatto di poi il Lanston con la monotype.

 Nel progettare la costruzione di macchine compositrici, vari furono i sistemi agitati dagli inventori. In questa storia sommamente riassuntiva della invenzione possiamo dividere le macchine compositrici in quattro categorie rappresentanti altrettanti sistemi, e cioè:

     1ª Composizione meccanica e relativa scomposizione, servendosi dei caratteri mobili già esistenti (sistemi del danese Sörensen, 1838; di Kiegler, di Pesth, 1839; di Young e Delcambre, francesi, 1840; di Gaubert, francese esso pure, 1841; di Kastenbein, 1866; di Mackie, ecc.);

     2ª Composizione meccanica mediante fusione di politipi o gruppi di lettere (sistemi di Hambruch, 1876; di Hagemann, 1883; ecc.);

     3ª Composizione meccanica mediante fusione di un’intiera linea, sistema preconizzato nel 1843 dal Leroux, e studiato poi nel 1846 da Armengaud e Gallien, da Capehart e Goodson nel 1885, dal Turbelin nel 1886, ma più particolarmente e praticamente dal tedesco Ottmar Mergenthaler, che nel 1884 costruiva la prima linotype, divenuta così diffusa: sistema messo in pratica anche con la typograph di Berlino (1888); con la barotype (1890); con la monoline dello Scudder di Brooklyn (1893), e con la intertype (1912);

     4ª Composizione meccanica mediante fusione di lettere mobili isolate (sistemi Westcott, Méray-Rozar, Calendoli, Codignola, e, infine, attuato praticamente nel 1892 dal Lanston con la costruzione della monotype).

 Abbandonati però i sistemi delle prime due categorie, gli inventori indirizzarono esclusivamente i loro studi alle macchine che componevano e fondevano linee intiere, in un pezzo solo, dette genericamente (comunque possano altrimenti distinguersi) macchine linotype, con denominazione inglese, ma con parola ibridamene formata da una voce latina e altra greca, che potrebbe rendersi italiana con l’aggettivo sostantivato lineotipa; - e alle macchine monotype, che potrebbero dirsi senz’altro monotipe, le quali fondono una sola lettera per volta, lettere che vengono poi riunite in righe dalle macchine stesse.

 Fra le macchine lineotipe dànno eccellentissima prova di praticità quelle che già abbiamo enumerate e cioè la linotype propriamente detta, la monoline, la barotype, la tipograph; fra le macchine monotipe, pur accennando doverosamente all’ingegnosa macchina designata con nome di electro-typographe Méray-Rozar, noi vogliamo limitarci a segnalare pressoché esclusivamente la monotype Lanston che, migliorata sui primi modelli, va via via trionfalmente affermandosi nella pratica. Altra macchina compositrice, di recente costruzione, che figurò all’Esposizione grafica del 1914 di Londra è la stringertype, che pare voglia riunire in un meccanismo solo l’opera del compositore e del fonditore monotipisti, producendo con il tocco dei tasti la composizione riunita e fusa.

 Di questa, come di tutte le macchine che qui accenniamo, e particolarmente delle macchine monotype-Lanston e linotype, parliamo nei rispettivi articoli al loro posto alfabetico.

 Né qui interveniamo per dare un parere assoluto sul sistema da preferirsi nella composizione meccanica, se il lineotipico o il monotipico. Errerebbe, a parer nostro, chi propendesse, senza ragion veduta, piuttosto per un sistema che per un altro. Vantaggio comune ai due sistemi è quello di poter stampare sempre con caratteri nuovissimi; vantaggio comune del pari ad entrambi i sistemi, la maggior somma di lavoro che la composizione meccanica dà in confronto della composizione a mano; più utile la linotype per la composizione dei giornali quotidiani, bastando per ogni macchina il lavoro di un operatore per dare la composizione fatta; più adatta la monotype per tutti gli altri lavori, anche per i difficili che sembrasse dover riservare alla composizione a mano. In ogni caso, meno utile, e cioè meno redditiva la composizione meccanica, quando trattasi di lavori di lieve mole, e non dispongasi di macchine numerose già pronte per ogni lavoro: considerazioni queste, peraltro, che non escludono la certezza che l’avvenire rimarrà alla composizione meccanica.

Per puro interesse storico ricordiamo qui i nomi delle macchine compositrici attuate o che ebbero qualche principio di applicazione pratica nel campo della meccanica grafica, molto giovandoci, in questo riassunto, delle indagini e delle registrazioni storiche raccolte da molte riviste tecniche, fra le quali è nostro dovere citare, fra le italiane, il «Risorgimento grafico» di Milano (Anno II, p. 5, 65, 159, 265, ecc.), e l’«Archivio Tipografico» di Torino (Anno XII, n. 139-141).

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Le tastiere della memoria

 

AGU, dall’inventore Agu Pascià (1899) suicidatosi per le difficoltà che incontrava ad adattare la sua macchina ai caratteri turchi.

ALBRECHT, americana, non in uso.

ALDEN (1856), dal nome del suo inventore, così si designò una delle primitive macchine compositrici americane (1851), esperimentata nel 1865 dalla «New-York Tribune»; nella pratica non fu giudicata redditiva.

ALEXANDER, americana.

AMALGATYPE. Nome di una macchina a comporre (1913) in costruzione a Brooklyn; le righe sono costituite da lettere mobili, tenute insieme da una linguetta metallica.

ARMENGAUD, v. Gallien.

AUTOTYPO (1899), di Martin e Fléron di Parigi, a lingotto.

 

BALISTOTYPE, nome dato nel 1849 dal Lebrun a una macchina di sua invenzione che avrebbe dovuto comporre, correggere e scomporre; tipi mobili.

BALLANCHE, dal nome dell’inventore francese (1812), sul sistema della Young e Delcambre.

BAROTYPE, ideata da Eugenio Federico Bright (1890), a lingotto.

BATES (Ohio, 1899), a lingotto.

BAULER, dal nome dell’inventore, russa.

BELLÖWS, dal nome dell’inventore Beniamino Bellöws, di Cleveland (Ohio, 1897), a lingotto.

BERRI, macchina giustificatrice, inventata nel 1898 da Guglielmo Berri, americana.

BERTRAM, americana; informata ai principi della Typograph.

BIDET, francese (1837).

BOTZ, dal nome dell’inventore Carlo Botz; a lingotto.

BOWRON, macchina inventata da C. W. Bowron di Oshkosh, nel Wisconsin, con cui si tentò la giustificazione dei caratteri mobili.

BLOWER, primo nome della linotype, macchina compositrice a lingotto inventata nel 1886 da Ottmar Mergenthaler. Con il magazzino perpendicolare, un solo elevatore, le matrici (a una sola incisione) venivano spinte sul compositoio dall’aria compressa. È il prototipo della linotype che fece la sua prima apparizione al «New York Tribune» il 3 luglio 1886.

 

 

 

BRACKELSBERG, inventata da Guglielmo Brackelsberg, ingegnere tedesco (1875); a lingotto.

BROOCKS, New-York (1989), a lingotto.

BROWN, dal nome dell’inventore americano (1871).

BURG, inventata dall’abate Umberto Burg, curato di Mollkirch in Alsazia, esperimentata pubblicamente nel 1899. È sul sistema delle macchine Thorne, Kaiser, Dow e Cowe: è azionata da una tastiera che, volendo, si può sostituire con una bandella perforata, come nelle macchine Mackie, Goodson e Lanston.

BURR, inventata da Green e Burr di Nuova York (1875), chiamata «Empire» nel 1880; tipi mobili. (V. EMPIRE)

 

CALENDOLI, è il nome di una macchina compositrice inventata nel 1896 dal frate domenicano Vincenzo Calendoli che le diede il suo nome: è, peraltro, anche designata col nome di DOMENICANA, venutole dalla condizione sociale del suo inventore. Essa è a caratteri mobili battuti a tastiera e funziona mediante energia elettrica col concorso di un pianotipo. Modelli migliori venuti di poi la vinsero, ma non per questo deve qualificarsi meccanismo meno ingegnoso: le lettere, a differenza di quelle prodotte da qualsiasi altra compositrice, non hanno che sei millimetri di altezza d’occhio: provvedute d’una tacca, s’infilano sulla verghetta che serve di giustificazione. Non possono, queste lettere, usarsi in una seconda composizione: esse devono rifondersi. Nei propositi del bravo inventore la macchina avrebbe dovuto dare cinquantamila lettere al giorno: però essa richiedeva lunghissimo esercizio di tirocinio e dispendio di tempo nelle correzioni: di qui, la facile vittoria riportata da più recenti e più pratiche macchine compositrici.

CAPEHART e GOODSON (1855), a lingotto.

CASOLARI M. L. (1866).

CHADWICK, inventata da Alessandro Lagermann (1886), detta «Typotheter». Per adoperarla occorre che, manualmente, si siano prima scomposti i caratteri in casse comuni. Questa macchina, ch’ebbe modificazioni parecchie, fu fatta conoscere col nome di «Universal Typesetter» e poi di «Chadwick Typesetter». Usava logotipi.

CHAPMAN-GELATT, che, nel 1899, ebbe un brevetto per la composizione meccanica a lingotto.

CHURCH, dal suo inventore Guglielmo Church, americano, nato a Birmingham (Alabama), che, nel 1820-1823, tentò la ingegnosa costruzione di una macchina compositrice, designata, nella storia della composizione meccanica, col suo nome, e basata sul sistema della fusione e composizione simultanea dei caratteri mobili.

CITOTYPE. Macchina compositrice e scompositrice a mano che, dal suo inventore, prese il nome di «Citotype Stussgen» (1908). In questa macchina si usano caratteri comuni, quali sono forniti dalle diverse fonderie. I caratteri di un impiego relativamente limitato, maiuscole e numeri, son tolti dalla cassa disposta sul davanti dell'apparato nel modo ordinario. La scomposizione si fa a mano come la composizione. Questa macchina, piuttosto che una vera compositrice e scompositrice, rappresenta un grande perfezionamento della composizione a mano: i moderni tipi di macchine per comporre certo ne resero meno sensibile l'utilità.

CLAY, dall’inventore Giovanni Clay, inglese (1840), tipi mobili. Giovanni Clay inventò con tal Rosenberg una macchina compositrice che fu uno dei migliori primi tentativi della meccanica applicata alla composizione tipografica: al Rosenberg si attribuisce anche la posteriore invenzione di una macchina per scomporre.

CLINTOCK, dall’inventore Frank Clintock, apparecchio giustificatore.

CLOWES, dall’inventore Clowes, inglese.

CODIGNOLA (o, come fu denominata, COMPOFONDITRICE) dall’inventore Ernesto Codignola, tipografo milanese (1885). Macchina fonditrice e compositrice con tipi mobili, costruita nel Tecnomasio Italiano, e che forse avrebbe assicurato all’Italia la priorità nell’attuazione della meravigliosa invenzione se morte prematura non avesse fermato gli studi ed i conati, talvolta irrisi, dell’intelligente inventore.

COMPOFONDITRICE, v. CODIGNOLA.

COMPOSITE-TYPE-BAR, macchina compositrice americana, inventata da Luciano A. Brott di Brooklyn (1892), a lingotto.

CONVERSE, dall’inventore Frank B. Converse Ir. (1890). Macchina compositrice a tastiera esposta sul principio del 1890 a Louisville (America): funzionava con un solo operaio ed era provveduta di giustificazione automatica a mezzo di cunei. Con essa si adoperavano i caratteri comuni di fonderia, che erano depositati in appositi serbatoi foggiati a canaletti: questi canaletti di deposito erano divisi in quattro gruppi composti ciascuno di ventitré canali. Venne con l’andar del tempo assai perfezionata dall’inventore stesso.

COREY e HARPER, dal nome degli inventori americani (1876).

COWE, nome di macchina compositrice, di origine americana, inventata sul finire del secolo XIX. È a tipi mobili, ed è messa in movimento mediante una tastiera.

COX, dal nome del suo inventore, Paolo F. Cox, di Battle Creek, nel Michigan, così si denominò una macchina a comporre apparsa nel 1894: con questo tipo di macchina erano necessari tre congegni separati: uno per la composizione, un altro per scartare spazi e interlinee, ed un terzo per la scomposizione. La macchina componeva quattromila lettere all’ora. La differenza essenziale che presentava questa macchina sulle precedenti era costituita dal fatto che per giustificare le righe (la cui giustezza poteva variare da 13 a 26) si adoperavano spazi pieghettati. Il Cox nel 1899 inventò un apparecchio accessorio che chiamò «multi-spazio». Il Cox, valentissimo quant'altri mai nella meccanica applicata alle arti grafiche, inventò nel 1890 una macchina piano-rotativa, denominata la «Duplex» (e anche «Cox-Duplex»), perfezionata poi, nel 1893, da altro americano, l'ing. Beckmann, e oggi costruita anche in Europa.

 

DACTYLOGRAPHE, del Rozar, Norimberga, tipi mobili.

DELCAMBRE e YOUNG. Dal nome degli inventori così si designò una delle prime macchine compositrici, detta altrimenti PIANOTYPE (v.), introdotta in Inghilterra nel 1840, e assai perfezionata in seguito (1867).

DERBYSHIRE, dall’inventore Derbyshire, Ohio. Macchina compositrice americana a sistema linotipico, brevettata nel 1899.

DES JARDINES, dal nome del suo inventore (B. M. Des Jardines), così si denominò una «macchina per giustificare» fatta conoscere nel 1896. Così viene descritto questo congegno in una traduzione dall’«Inland Printer» fatta dal «Risorgimento grafico» (pag. 132, 1906): «In questa macchina le righe sono composte con dei separatori temporanei di ottone fra parola e parola; ogni tasto che viene abbassato dà luogo ad una annotazione: la riga quando è completata viene misurata ed un meccanismo calcolatore stabilisce la qualità degli spazi necessari per la giustificazione. Le righe allora si avanzano, la prima parola viene spinta in un canale mobile ed il separatore di ottone impedisce alla parola seguente di seguire la prima: la parola è spinta indietro fino al canale degli spazi, uno spazio della grandezza opportuna scende e viene spinto a prendere il posto del separatore di ottone; la parola torna allora al suo posto, la seconda parola discende, va a prendere lo spazio opportuno e così fino a che tutta la riga è giustificata».

DOODSWORTH, dall’inventore omonimo americano.

DOW, dal nome degli inventori, Lorenzo e Alessandro Dow, padre e figlio di Nuova York, si denominò una macchina a tipi mobili, compositrice ed aggiustatrice delle righe. Ideata nel 1888, messa in commercio nel 1893, ebbe momenti di fortuna perché realmente ingegnosa e anche pratica. È a tastiera e fu la prima macchina ch’ebbe un apparecchio speciale per la giustificazione automatica delle righe contemporaneamente alla composizione; essa fu corredata anche di un apparecchio calcolatore delle lettere che vengono composte. La compositrice prepara il carattere per tre macchine compositrici Dow; esperienze pubbliche hanno dimostrato che essa giunge a scomporre, in media, quindicimila lettere all’ora (nozioni descrittive della macchina si trovano nelle principali riviste tecniche dell’epoca; un’ampia descrizione, ricavata dal «The British and Colonial Printer and Stationer», reca il n. 1 dell’«Industria della carta» dell’anno 1898). La macchina ricevette in seguito notevoli perfezionamenti.

DREY, congegno elettro-magnetico, che porta il nome del suo inventore, per effettuare meccanicamente la composizione tipografica a caratteri mobili. Inventato negli ultimi anni del secolo XIX.

DRUMMOND, dall’inventore G. P. Drummond, americano. Macchina compositrice apparsa nel 1876, ma che fra noi non ebbe adozioni.

DUNCAN, macchina americana, che ebbe nome dal suo inventore, apparsa nel 1899, molto affine alle macchine compositrici, e che dà degli stampati quali escono dalle macchine da scrivere.

DYOTYPE, nome di macchina compositrice, a tipi mobili, dovuta a certo Giuseppe Pinel, francese: è costituita da una tastiera perforatrice di una striscia di carta e da una macchina fonditrice che fonde lettere automaticamente con le perforature della striscia ed anche separatamente (1905). Questa macchina non ebbe fortuna per i troppi inconvenienti che si verificarono nella pratica.

 

EISELE, tedesca, dall’inventore omonimo.

ELECTRIC COMPOSITOR e FOWLER, macchina compositrice con fusione del carattere a lingotti intieri, apparsa negli ultimi anni del secolo XIX; nella pratica fu vinta da macchine del medesimo sistema più convenienti.

ELECTROTYPE, macchina compositrice a tipi mobili, inventata da C. Méray e C. Rozar, originari di Budapest, e costruita a Norimberga nei primi anni del secolo XX. È anche conosciuta col nome di ELECTRO-TYPOGRAPH. È costituita da due parti indipendenti, di cui una forma, si può dire, una macchina per scrivere, e l’altra una macchina per fondere e comporre. La descrive la rivista «L’Industria della Carta» nel suo numero del 15 gennaio 1901: «Questa macchina è a tastiera con trentatré tasti, ognuno dei quali porta tre indicazioni di lettere differenti, in modo che sono novantanove i segni che può riprodurre: toccando semplicemente i tasti si ha il minuscolo; movendo una piccola leva a sinistra della macchina, e toccando poscia i tasti si ha il maiuscolo; movendo una seconda leva si ha la terza lettera segnata sul tasto, e cioè i segni d’interpunzione, gli accenti, ecc. I pochi tasti consentono che la tastiera sia dominata da una sola mano, mentre l’altra resta libera pel movimento delle leve. Il funzionamento dei tasti dà stampato sopra una striscia di carta  l’originale che si compone, in modo che l’operatore può leggere ciò che va componendo e, ancora, sopra altra striscia di carta produce una serie di fori quadrati disposti verticalmente, che possono essere sette, ma il cui numero varia e forma delle combinazioni secondo le lettere che devono esprimere, osservando che nel minuscolo le combinazioni si formano sulla striscia coi primi cinque fori, e il maiuscolo, i numeri e gli altri segni con i primi cinque fori e con il sesto e il settimo. Nello spazio che intercede fra il quinto e il sesto foro, la macchina ne produce sempre un altro, il quale è destinato a ingranarsi nel congegno che deve trasportare la lista perforata a sinistra della macchina ove avvengono le successive operazioni. La lista perforata passa poi nella seconda parte della macchina sopra un cilindro di rame sul quale aderisce perfettamente essendovi compressa da due aste di caucciù. Al disopra di questo cilindro, sette piccoli steli metallici flessibilissimi e calamitati sono sospesi parallelamente alla linea dei fori della lista di carta bucata, sulla quale si strofinano. Questi steli, che sono collegati con un apparecchio elettrico (di qui il nome della macchina), allorché la macchina funziona e sotto di essi vengono a passare i fori della striscia, vi penetrano, e allora, toccando il sottostante cilindro di rame, l’apparecchio elettrico agisce, mettendo in movimento una ruota dentata irregolarmente, ma che con le sue combinazioni, corrispondenti alle combinazioni dei fori, fa staccare le singole matrici dei caratteri, le quali, a mezzo di apposito congegno, automaticamente vanno a collocarsi, con precisione assoluta, aderenti al getto di piombo del crogiuolo. La lettera ne esce fusa: passando rapidamente fra lame di acciaio, e poscia fra alcune frese, esce perfettamente finita. Le matrici dopo la fusione ritornano automaticamente al loro posto. Non avviene contatto quando gli steli metallici, nella striscia di carta che passa, non trovano buchi. La macchina giustifica automaticamente le righe: toccando un apposito tasto, la macchina, al termine della riga, annunziato da suono di campanello, fa da sé la somma degli spessori delle lettere occorse per la riga, e automaticamente determina la spessezza degli spazi occorrenti per giustificarla. Questo calcolo meccanico viene dalla macchina espresso con un foro speciale nella striscia di carta, foro che al momento opportuno fa scendere fra le matrici delle lettere gli spazi convenienti e la riga riesce così matematicamente esatta. Le lettere di mano in mano che si fondono vanno a disporsi sopra una specie di compositoio, ed allorché la riga è composta, questa, sempre automaticamente, va da sé su apposito vantaggio. Ad ogni più lieve intoppo, la macchina si ferma istantaneamente. Dà una produzione di circa cinquemila lettere l’ora.

ELETTROSTENOTIPO, inventata dall’italiano Lamonica (1899).

ELETTROTIPOGRAFO, V. ELECTROTYPE.

ELLIOTT, a lingotto (1900).

EMPIRE, inventata da Burr e Green (1875) e così chiamata nel 1880. Fu la prima macchina americana entrata nell’uso pratico. Consta di due parti: una per la composizione, l’altra per la scomposizione. Per il funzionamento di questa macchina richiedonsi tre operai: un compositore, un giustificatore e un distributore, i quali, però, possono lavorare su apparecchi indipendenti, e, cioè, occorre un compositore che, battendo sulla tastiera, secondo l’originale che ha dinanzi, faccia discendere in linea nei numerosi canali delle tre cassette soprastanti alla macchina le singole lettere; un giustificatore, che, mediante apparecchio apposito, tiri a sé la riga composta e la giustifichi, togliendo od aggiungendo all’uopo gli spazi necessari; un compositore che collochi la composizione sopra un piano e con un congegno speciale sollevi le lettere una dopo l’altra all’altezza del canale di distribuzione, ove, mercè tacche speciali, entrano in determinati canaletti, i quali, quando sono pieni, vengono collocati nella macchina da comporre. Anche questa macchina, nonostante i perfezionamenti introdottivi, dovette cedere, nella diffusione, il passo a macchine più pratiche.

 

FELT, macchina compositrice inventata nel 1852 dall’americano Carlo Guglielmo Felt: fu lasciata indietro da macchine più perfezionate e più redditive.

FISCHER, nome di macchina compositrice, ch’ebbe pregio, inventata nel 1876 dai tedeschi Carlo Gustavo Fischer e A. von Langen, ora non più in uso perché superata da altre più perfezionate e più redditive.

FÖRSTER, da Beniamino Förster, inventore di una primissima macchina compositrice apparsa a Londra nel 1815, e che la storia della composizione meccanica considera come l’archetipo delle macchine attuali, quantunque affatto rudimentale nel concetto e nel funzionamento: l’invenzione rimase allo stato di tentativo e il Förster, abbandonandola, divenne bravo fabbricante d’inchiostri tipografici.

FOUCHER, macchina francese apparsa nel 1876, ma soverchiata subito da altre più pratiche e redditive..

FOWLER, nome di macchina compositrice a righe inventata nel 1900 da Giuseppe C. Fowler di Chicago; la macchina non potè aver esito per questioni d’indole industriale, sòrte da discussa priorità di brevetti.

FRASER, nome (dal suo inventore, Alessandro Fraser, scozzese, di Edimburgo) di un’ottima macchina compositrice, che, apparsa nel 1862, modificata e perfezionata nel 1875, è, ancora, in pratica in qualche tipografia della città che la vide nascere. Macchine più produttive altrove la sostituirono. «In questa macchina le lettere sono contenute in canaletti di deposito situati nella parte alta di essa e vengono spinte avanti per mezzo di pesi: abbassando un tasto, un separatore, collocato esattamente al di sopra della prima lettera in ogni scanalatura, scende e porta la lettera nei canaletti di discesa, attraverso i quali cadono in fondo allineandosi sul compositoio; una biella, messa in moto col mezzo d’una leva del tasto, sposta da un lato la lettera appena caduta sul compositoio per far posto all’altra che cade subito dopo; la macchina richiede due operatori, uno per la tastiera, l’altro per la giustificazione. Una caratteristica di questo sistema consisteva, per il passato, nella macchina speciale per la scomposizione; l’operatore leggeva la materia a misura che gli passava sotto gli occhi, e mediante pressione sui tasti corrispondenti faceva entrare le lettere nei rispettivi canali… così, scomponeva da tremilacinquecento a cinquemila lettere per ora. Più tardi fu ideato un apparecchio molto più facile e sbrigativo» («Risorgimento Grafico», vol. II; Milano, 1904).

 

GALLIEN, dall’inventore J. V. Gallien, francese, ch’ebbe a collaboratore con C. Armengaud (1844).

GARLANDA, dall’inventore Garlanda, italiano.

GAUBERT, nome di macchina compositrice-scompositrice a tipi mobili inventata, intorno al 1841, dal francese Stefano Roberto Gaubert. Non entrò nella pratica perché non redditiva in confronto della spesa di funzionamento.

GÉROTYPE, GÉROTYPE GOBERT. Nome dato a una macchina compositrice francese, inventata nella prima metà del secolo XVIII, ma non entrata nella pratica.

GILBERT-STRINGER, V. STRINGERTYPE.

GRAPHOTYPE-GOODSON. Nome di macchina compositrice a tipi mobili inventata da George A. Goodson di Minneapolis (Minnesota) nel 1893; posta in movimento mediante energia elettrica, essa ha molti punti di contatto con la monotype; per es., anche in questa macchina i caratteri si fondono con l'ausilio di strisce di carta perforate. L'originale è «battuto» (composto) sopra una macchina dattilografica ordinaria, posta in contatto con apparecchio perforatore mediante l'elettricità. La giustificazione avviene press'a poco come nella monotype. L'apparecchio dà la striscia perforata che rappresenta una copia dell'originale. Questa striscia si introduce nell'apparecchio di fusione: degli spilli che scendono attraverso i fori della carta cadono in pozzi di mercurio chiudendo la corrente che determina la fusione delle varie lettere. La velocità della maccchina consente di ottenere seimila letttere per ora. Questa velocità è resa possibile dal metodo di fusione per cui il metalload una temperatura asssai bassa è condotto attraverso un lungo tubo che viene riscaldato nel punto di una piccola pomoa aspirante applicata allo stampo. Adottata negli Stati Uniti (New York), la GRAPHOTYPE fonde in ogni corpo e in ogni giustezza fino a trenta righe. (Da una descrizione pubblicata sull'«Inland Printer», e riportata nel vol. V del «Risorgimento Grafico» (1907).

GREEN e BRR, V. EMPIRE.

 

HAGEMANN, dall’inventore omonimo (1883), fonde politipi.

HAMBRUCH, dall’inventore omonimo (1876), fonde politipi.

HARWEY, dall’inventore omonimo (1899). Una delle tante macchine compositrici (brevettata nel 1899), costruita per comporre e fondere linee sul sistema della Linotype, della quale parve un perfezionamento, ma che, nella pratica, non vinse.

HATTERSLEY, dal nome dell’inventore ing. Roberto Hattersley di Manchester (1857), perfezionata nel 1874, tipi mobili. Macchina compositrice di caratteri a mano con relativa scompositrice: è la sola macchina di invenzione europea che sia stata adottata, e anche oggi, in cui macchine più redditive e più perfezionate vennero introdotte, v’ha qualche officina tipografica inglese che ancor se ne provvede. Questa macchina funziona «senza forza motrice»: con essa si possono comporre due corpi di carattere, in giustezze lunghe fino a quarantacinque righe: il cambio del corpo si effettua in un mezzo minuto. In questa macchina la composizione avviene come in altre macchine di tipo analogo a caratteri mobili, e cioè una leva d’acciaio spinge il carattere nel canale in seguito al funzionamento della tastiera: quando i canali che contengono le lettere sono vuoti, si portano alla macchina scompositrice, che è apparecchio separato dalla macchina compositrice. L’operatore, con uno strumento chiamato bastone distributore, prende le righe da scomporre, le legge e pone il bastone dinanzi al canale voluto, tocca poscia una leva e la lettera è spinta nel canale destinato a contenerla. Quando un canale è pieno viene portato al suo posto sulla macchina compositrice.

 

Compositrice Hattersley

 

Bastone «distributore»

 

Macchina scompositrice  Hattersley

 

HAVORD, dall’inventore di questo nome (1910).

HEINEMANN, nome, dall’inventore L. Heinemann di Amburgo, di una macchina compositrice a tipi mobili, apparsa nel 1877, ma caduta ben presto in disuso di fronte a modelli vittoriosi di macchine concorrenti.

HERHAN, brevettata in Inghilterra fin dal 1794: usava logotipi.

HEUSINGER, dal tedesco Heusinger di Waldegge, che alcuni ritengono inventore della prima macchina compositrice.

HOLDKE, dall’inventore di questo nome (1864).

HOLLENBECK-WILSON, nome, dagli inventori, di macchina compositrice costruita sul sistema della Linotype, di cui, anzi, voleva essere un perfezionamento, brevettata nel 1899.

HOOKER, dall’inventore Giovanni Hooker di Londra, che intorno al 1870 inventò una macchina compositrice elettrica, caduta ben presto in disuso per la sua scarsa redditività.

 

INTERTYPE, nome di macchina compositrice americana costrutta sul sistema della Linotype intorno al 1912 dalla «The International Typesettingmachine Company», società presieduta da Hermann Ridder, tedesco, editore della «Gazzetta di New York».  L’Intertype, denominazione formata con le prime due sillabe di «International» e «Typesetting», parole che si trovano nel titolo della Società fondata dal Ridder, è così affine alla Linotype (di cui volle essere una macchina concorrente) che molte parti delle due macchine sono assolutamente identiche, e possono adattarsi indifferentemente all’una o all’altra macchina.

 

 

L’Intertype, la concorrente della Linotype

 

 JOHNSON, dall’inventore Franck. A. Johnson di Minneapolis nel Minnesota (Stati Uniti): ingegnosa macchina compositrice a tipi mobili, apparsa intorno al 1897. In essa i caratteri, composti mediante una tastiera, venivano fusi da apposita macchina fonditrice funzionante separatamete. Importanti innovazioni la modificarono in seguito: munita di congegni perfezionati per la giustificazione automatica delle righe e per la loro spazieggiatura, fu denominata poi JOHNSON & LÖW. Costruita sul tipo delle macchine DOW e CONVERSE (v.), non resistette èerò dinanzi al trionfo di macchine più pratiche e più redditive inventate dopo.

 

KAISER, così fu denominata la macchina compositrice applicata alla macchina compositrice KASTENBEIN (V.), inventata nel 1878.

KASTENBEIN, nome dal suo inventore, Carlo Kastenbein, tedesco, di ingegnosa macchina compositrice e compositrice (a tipi mobili) apparsa nel 1871: derivazione della FRASER (V.), presentò su questa utili innovazioni e pratici perfezionamenti. Fu adottata dal «Times». È macchina, oggi, non più fabbricata. La Kastenbein figurò all’Esposizione Universale di Parigi del 1878: ne dà una particolareggiata descrizione il cav. Giacomo Bobbio nell’elaborata sua relazione intitolata «I materiali e i prodotti tipografici» (Roma, Tipografia del Senato, 1879). Anche il cav. Luigi Moriondo dà, nelle relazioni degli operai piemontesi inviati all’Esposizione di Parigi del 1878, un’ampia descrizione di questa macchina.

KIEGLER, dall’inventore di questo nome, ungherese di Pest, ingegnosa macchina compositrice, sul genere della macchina di SÖRENSEN (v.), a tipi mobili, apparsa nel 1839: non attecchì.

KARLWASSER, dall’inventore Arnoldo Karlwasser, tedesco (1910).

KLIEGEL, dall’inventore Giovanni Kliegel, tedesco (1865).

KNIAGHISINKY, GALAHOFF e OSSIPOFF, la prima macchina compositrice con striscia di carta perforata e azionata per mezzo dell’elettricità (1866), a tipi mobili.

 

LACROIX, dall’inventore, francese (1826), tipi mobili.

LANGEN, da Alfredo Langen, tedesco (1837), coinventore di macchina compositrice con Fischer.

LANSTON-MONOTYPE. V. MONOTYPE.

LINKE, nome di macchina compositrice apparsa intorno agli anni 1899-1900 in Hartford nel Connecticut (Stati Uniti).

LEROUX (PIETRO), nato a Bercey (Parigi), nel 1822 studiò la fabbricazione d’una macchina compositrice, detta PIANOTYPE (V.), che non diede però alcun pratico risultato.

 

 

LINOGRAPH (LA). Nome di una accreditata macchina compositrice americana che incomincia a vendersi in Italia (1920): può dirsi figlia della Linotype, perché non solo fonde la linea a lingotto, ma della linotype ha l’aspetto ed il funzionamento, forse presentando, sulla macchina che l’ha ispirata, un vantaggio grande, per una maggiore semplicità di costruzione, e per un minor numero di parti che la costituiscono. Il magazzino è verticale; contiene solo dodici matrici, ciò che ne riduce assai l’altezza e consente la sorveglianza della distribuzione; per compensare l’altezza del magazzino i canali delle sette lettere che più occorrono nella composizione sono raddoppiati; la forza dei caratteri che si possono fondere varia da cinque a quattordici punti; le matrici sono a due lettere. Il secondo elevatore è soppresso appunto per la minor altezza della macchina: è il primo elevatore che trasporta tutta la linea, matrici e spazi, all’imboccatura della scatola di distribuzione, di dove gli spazi fanno la loro strada, mentre le matrici si portano, una ad una, sulla barra di distribuzione.

 

 

La Linograph

 

LINOTYPE (o, in italiano, LINEOTIPA), denominazione inglese della macchina compositrice a lingotto (cioè compositrice di linee in un sol pezzo: line-of-type), dovuta ad Ottmar Mergenthaler (1885), diffusissima nella composizione dei giornali. Questa macchina, come dice il suo nome – linea di tipi – fonde e compone contemporaneamente i caratteri tipografici in una linea sola, in modo che ben può dirsi macchina «compofonditrice», designazione arbitrariamente data ad altre macchine dove uno è l’apparecchio che serve a comporre e altro è quello che serve a fondere. Preceduta da parecchi tentativi, che risalgono al principio del secolo XIX – tentativi che non ebbero fortuna – la linotype propriamente detta fu inventata dall’orologiaio wurtemberghese Ottmar Mergenthaler in Baltimora (Stati Uniti), dove morì nel 1899. Però, nella prima macchina del Mergenthaler non erano le matrici che formavano la riga che doveva fondersi: erano invece i punzoni che, al tocco dei tasti, scorrevano nei canali del magazzino per venire, in seguito, fortemente improntati su una lista di carta pesta, la quale formava, quasi, come un modello di lastra stereotipa su cui si fondeva la riga. Fu nel 1886 che apparve la macchina in cui la riga veniva composta con un insieme non di punzoni ma di matrici. Nell’anno stesso, per la sua evidente praticità, la macchina trovò buona accoglienza nelle tipografie degli Stati Uniti d’America. Nel 1890 fu introdotta in Inghilterra; nel 1899 in Italia.

 

 

La mitica Linotype di Ottmar Mergenthaler

 

 La Linotype richiede un solo operatore: questi, seduto alla tastiera (la quale richiama alla mente quella della macchina da scrivere), premendo sui tasti che corrispondono ad altrettante lettere dell’alfabeto, fa scendere dal magazzino le matrici nel rispettivo canaletto fino ad una cinghia discendente, da cui sono portate giù l’una dopo l’altra e introdotte su una specie di compositoio, che si vede a sinistra di chi sta dinnanzi alla macchina.

 Fra parola e parola la riga è spaziata con gli spazi che l’operatore, per mezzo di un tasto, fa cadere da apposita scatola, a sinistra del magazzino; ma riga spaziata non vuol dire riga giustificata: la giustificazione avviene a riga compiuta, quando cioè, spinta questa fuori del compositoio per portarsi in contatto di una «forma per fondere», per l’azione di una leva gli spazi, conici, sono costretti ad allargarsi in modo da ottenere la esatta ed eguale lunghezza delle righe. Indi il compositoio, rimasto libero, ritorna al suo posto, affinché l’operatore possa, senza tregua, continuare il suo lavoro di «dattilografo», mercè cui altre matrici si adunano, per formare il modello di altre righe-lingotto. La fusione della riga avviene rapidissimamente.

 Spiegando un po’ più particolarmente, questa macchina si compone di un telaio recante un magazzino; esso è inclinato e diviso all’interno in una serie di canaletti in cui stanno e scorrono le matrici, che, in numero variante da millecinquecento a milleottocento circa, rappresentano tutte le lettere dell’alfabeto, i segni di punteggiatura, i numeri, ecc. Per gli accenti e segni speciali sta, a destra dell’operatore ed a sua portata di mano, una cassettina dove in una settantina di piccoli scompartimenti le matrici suppletive d’ogni corpo sono ben divise e di pronta scelta. Queste matrici vengono restituite nella distribuzione e per mezzo di un canaletto fatte cadere in una scatola e rimesse quindi a suo tempo al loro posto.

 La tastiera è composta di novanta tasti, sui quali sono indicate tutte le lettere, segni e numeri corrispondenti alle matrici contenute nel magazzino.

 I tasti sono collegati col magazzino delle matrici mediante piccole bacchette mosse da eccentrici, che trasmettono il loro movimento agli scappamenti del magazzino; questi, aprendosi, lasciano cadere le matrici, le quali vengono condotte ad una ad una nel compositoio e riunite insieme in modo da formare una riga. Per mezzo di un manubrio situato a destra della tastiera, ogni riga viene consegnata a un «carrello di partenza», che la guida all’uscita dal compositoio e la spinge con forza nel primo elevatore, il quale, a sua volta, la abbassa davanti alla forma dove viene fusa la riga.

 Sul lato sinistro della macchina si trova il crogiuolo contenente il piombo liquefatto. Sotto il crogiuolo un becco a gas Bunsen o a benzina, secondo le installazioni, conserva liquido il metallo. Oggidì è pure usata l’energia elettrica. Un regolatore a mercurio mantiene la temperatura al grado dovuto.

 Davanti al crogiuolo v’ha una ruota dentata concentrica, fissata su un cilindro orizzontale: essa è detta ruota della forma, ed è munita di due o più aperture, secondo il modello della macchina, per fissarvi la forma, a giustezza variabile.

 Nello spazio lasciato libero dalle misurine, che si trovano nella forma, troverà posto il piombo liquido destinato alla fusione della riga.

 Dietro alla macchina, un braccio portante alla sua estremità un prisma (secondo elevatore) si abbassa per prendere l’intera linea delle matrici quando esse hanno compiuta la loro funzione davanti alla ruota della forma per riportarle al meccanismo di scomposizione che sta in cima al magazzino, ove spirali o viti senza fine le guidano fino a quando cadono nel rispettivo canaletto.

 Durante questa operazione gli spazi restano fermi e vengono poi portati lateralmente al loro piccolo magazzino.

 Generalmente, le «linotypes» sono mosse da piccoli motori elettrici. Tutte devono essere azionate con cinghie di trasmissione, e a frizione.

 

 

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Idea, grafica e realizzazione di:

Giorgio Coraglia

 

info@linotipia.it

 

 

 

 

 

 

 

È necessario accendere il riscaldatore del crogiuolo almeno un’ora e mezzo prima di far funzionare la macchina perché la lega destinata a «plasmare», a «formare» la riga sia in istato di sufficiente fusibilità. Appena la lega è liquefatta alla temperatura voluta, la macchina è pronta per utilmente funzionare. 

Particolare rilevante della linotype è la celerità di cambio del tipo di carattere e di giustezza e la disposizione di riunione delle matrici sul compositoio, per cui l’operatore può leggere e correggere le righe man mano che compone, evitando in buona parte il ripetersi di errori, specie nelle correzioni.

 L’applicazione poi delle matrici a doppia lettera (adottata nel 1898) rende molto più pratica e più apprezzata la sua produzione, poiché la matrice doppia porta incise due lettere, l’una sotto l’altra: il tondo e il corsivo e il maiuscoletto, oppure il tondo e il neretto. Lo spostamento avviene per mezzo di un meccanismo destinato a sostenere le matrici in due differenti punti di altezza, portando in una medesima linea la prima o seconda incisione della matrice.

 Importanti perfezionamenti, suggeriti dalla pratica e dall’esperienza, vengono tuttodì introdotti in queste macchine compositrici, in modo che v’hanno modelli adatti esclusivamente alla composizione di giornali, altri adatti alla composizione di cataloghi e di dizionari, altri ancora per i lavori commerciali: gli ultimi modelli sono a tre e anche a quattro magazzini, i quali consentono di usare promiscuità di caratteri nella composizione tipografica.

 Con questa macchina si fondono tutti i corpi da 5 a 36 punti, ed in tutte le giustezze da 4 a 28 righe di lunghezza. Nel 1900 i costruttori della linotype introdussero perfezionamenti nelle matrici in modo da consentire la composizione linotipografica della musica. Oggi la macchina fonde matrici di svariatissimi fregi, filetti, segni, ecc.

 Innovazioni utili vennero specialmente apportate all’apparecchio dell’acqua di refrigerazione ed anche fu presentata ed adottata una «forma di fondita economica», detta stampo a recesso, con la quale la riga-lingotto mercè apposite scannellature risparmia il quaranta per cento di materiale, senza che abbia a soffrirne la sua solidità. Nella fondita superiore al corpo 14, il di più si appoggia su una linea fusa in bianco. Lo stampo a recesso, che i Francesi chiamano «moule squelette», si adopera per il corpo 12 e superiori.

 Attualmente in Italia vengono importate soltanto linotypes americane, poiché pare che la Casa costruttrice inglese abbia sospesa la fabbricazione di macchine e si sia dedicata alla fabbricazione di sole matrici (la quale importa sessantaquattro operazioni differenti) e di pezzi di ricambio; questo rifornimento è reso necessario dalla crisi prodotta dalla guerra mondiale (1914-1918), per essere la grandiosa fabbrica Broadheat, frazione della piccola città d’Altrincham, a pochi chilometri da Manchester, stata adibita a lavorazioni di uso bellico.

I modelli inglesi sono: N. 1 e N. 2, a un magazzino; N. 3, a due magazzini; N. 4, a tre magazzini; N. 65, a quattro magazzini; una fonditrice automatica per fondere filetti, interlinee, righe in bianco, fregi; ed un crogiuolo automatico per la fondita in piccoli blocchi del metallo.

La Casa americana, a Brooklyn (N.Y.), ha attualmente in commercio sei modelli di macchine: N. 8, a tre magazzini; N. 9, a quattro magazzini e quattro distributori; N. 14, a tre magazzini e uno ausiliario; N. 15, a un magazzino; N. 17, a due magazzini, due distributori e magazzinetto ausiliario; N. 20, speciale per titoli e lavori commerciali.

 La linotype dà una produzione di 5000-7000 lettere all’ora.

 Si obiettò, dagli avversari della macchina, che molto difficile si presentava, per la composizione fatta con questa macchina, la correzione, poiché l’aggiunzione di una virgola obbligava al rifacimento di una riga intiera: l’obiezione, a parer nostro, è forse vinta dalla considerazione che si compone di nuovo la riga che si deve correggere in minor tempo di quello che occorre a correggerla, manualmente, in una composizione a tipi mobili, dove, coscienziosamente, l’operaio dovrebbe modificare parecchi spazi della riga: è vero peraltro che componendo una nuova riga un compositore meno avveduto può incorrere in errori che prima non esistevano; inconveniente indubbiamente grave, ma che può essere attenuato dalla possibilità che vi ha di leggere le matrici che formano la riga ricomposta.

 In ogni modo il problema d’un maggior rendimento della macchina – sia per la interpretazione rapida d’ogni manoscritto, come per la ripartizione esatta dei segni di punteggiatura e dei periodi – poggia essenzialmente sulla capacità tecnica dell’operatore, a cui non devesi richiedere soltanto la conoscenza più o meno larga del funzionamento della macchina, ma sufficienti cognizioni dell’arte tipografica (quali possono possedere tipografi dotati di adeguata coltura intellettuale) e un non lieve corredo di praticità, acquistate con insegnanti di Scuole professionali e con anni di esercizio alla cassa (*).

 

 (*) Molte nozioni particolari relative alla «linotype» dobbiamo a osservazioni manualistiche inedite di Ernesto Schiara, insegnante alla R. Scuola Tipografica di Torino, e a G.A. Melloni, egregio operatore linotipista.

 

Macchina con matrici a nastro di Mergenthaler

 

LINOTYPE-JUNIOR, variante della Rogers Typograph (1902), a lingotto.

LIWTSCHACH, dal suo inventore omonimo (1873), fonde politipi.

LORENZ, perfezionamento alla LANSTON MONOTYPE, tipi mobili.

 

MACKIE, dall’inventore Alessandro Mackie (1865-73), tipografo e stampatore americano, tipi mobili.

MAC CLINTOCK, dall’inventore omonimo (1900), a lingotto.

MAC MILAN, dal nome dell’inventore in Londra (1875), a lingotto.

MAC MILLAN, macchina compositrice americana a tastiera, inventata da Giovanni L. Mac Millan di Ilion (Nuova York). Apparve nel 1886 e fu la prima macchina compositrice con giustificatore automatico. Altri tipi di questa macchina, invece del giustificatore, erano forniti di «vantaggi», in cui si raccoglievano da venti a quaranta righe, di dove venivano poi tolte per essere giustificate separatamente. Alla compositrice Mac Millan, ch’ebbe momenti di grande diffusione ed è ancora attualmente in uso, si era annessa una macchina scompositrice ma, non ritenuta pratica, quantunque scomponesse quindicimila lettere all’ora, fu abbandonata.

 

 

 

 

MacMillan compositrice e McMillan scompositrice

 

 

MATRICI. Quantunque di forma ben diversa una dall'altra, le matrici d'ogni macchina compositrice (fabbricate in bronzo da cannone, in ottone, in acciaio, in metalli forti per resistere all'azione del metallo in fusione colato sull'occhio delle lettere) sono fondamentalmente identiche: tutte recano in incavo l'occhio dei segni grafici che devono fondere. Noi diamo qui la figura delle matrici delle macchine compositrici più in uso e cioè della Linotype (a sette dentini che servono per ingranarle alle dentellature della lama che le distribuisce nei canali del magazzino e che sono semplici e doppie), della Tipograph (pur esse semplici e doppie), della Monoline, della Monotype (cubetti nani che si racchiudono in un telaio che va e viene dalla fonditrice).

 

 

      1. Matrice per macchina fonditrice; 2. Matrice per Linotype; 3.   Matrice per Typograph; 4. Matrice per Monoline; 5. Matrice per Monotype; 6. Forma per fondere caratteri della Monotype su macchina Foucher (o tipo similare); 7. Forma per fondere caratteri con matrice della Linotype su macchina Foucher (o tipo similare)

 

MERAY-HORWITH, dal nome dell’inventore ungherese (Budapest, 1899), tipi mobili.

MITCHELL, dall’inventore W. H. Mitchell di Brooklyn (1860), prima macchina esperimentale americana.

 

MONOLINE, una delle macchine in attività inventata da W. P. Scudder di Nuova York (1892-93), a lingotto. Macchina compositrice a tastiera assai apprezzata, diffusa e fabbricata nel Canada, in Germania e in altri paesi tedeschi, nel Belgio e nell’Olanda. Questa macchina, come bene fa intendere il suo nome, fonde le lettere in una riga sola: è dunque a sistema «monolineare». Essa molto rassomiglia alla Linotype, ma la tastiera conta novantasei tasti ed ogni matrice porta l’incisione dell’occhio di dodici lettere in modo che il magazzino consta soltanto di otto canali o scomparti, pei quali discendono le matrici multiple per portarsi dinanzi alla forma. Oltre a questi otto canali un altro ve n’ha pel quale scendono gli spazi per la giustificazione. Le matrici variano di spessore secondo la larghezza dell’occhio delle lettere che ogni matrice reca: ad ogni battuta di tasto discende per il giusto canale del magazzino una matrice, la quale cammina sino al punto voluto perché l’occhio della lettera richiesta dalla battuta del tasto si trovi in linea con la forma. Avvenuta la giustificazione della riga col mezzo di spazi a cuneo, le matrici sono spinte davanti all’apparecchio di fusione e la riga viene formata in un solo lingotto. Le matrici, subito dopo, mediante apposito apparecchio, vengono collocate, in posizione verticale, a nove altezze diverse, e sono raccolte con l’uncino di apposite sbarrette che scendono esse pure ad altezza diversa appena la riga è fusa: quest’uncino, raccolta la matrice che si trova alla sua altezza, la riporta al proprio posto. La «monoline» compone dalle cinquemila alle settemila lettere all’ora.

 

 

La Monoline di W. P. Scudder

 

Mould, matrici e riga fusa

 

 MONOTYPE (o, in italiano, MONOTIPA), nome in inglese di macchina compositrice-fonditrice accreditatissima, e d’uso universale: essa può ben dirsi il prototipo delle macchine compositrici a caratteri mobili. Questa macchina fu inventata nel 1887 (data del primo brevetto) dall’americano Tolbert Lanston (nato nel 1844, morto a Washington nel 1913): talvolta in commercio è denominata col nome del suo stesso inventore (è, perciò, detta LA LANSTON).

 Essa consta effettivamente di due macchine: una, comunemente detta la tastiera (con 276 tasti), è la macchina che serve a perforare pneumaticamente la lista o nastro di carta che riproduce, con i suoi fori e per la posizione di questi, tutte le lettere dell’originale che si deve comporre; l’altra macchina è la così detta fonditrice-compositrice: essa, sulla scorta della lista di carta perforata alla tastiera, mediante i punzoni posti in movimento battendo i tasti corrispondenti alle varie lettere, fonde, una per una, le lettere che devono formare le parole e le righe che costituiscono i «pacchetti» della composizione tipografica. La «monotype» apparve in Europa, per la prima volta, all’Esposizione di Parigi del 1900; fu introdotta in Italia nel 1903. Oggi si fabbricano modelli assai perfezionati di questa ingegnosissima macchina, che consentono la fusione di ogni serie di tipi. La composizione tipografica di questo Dizionario è fatta con la «monotype».

 La denominazione di «monotype» fu data a questa macchina per significare che essa produce una lettera sola per volta, mentre nella Linotype, nella Tipograph e nella Monoline le lettere vengono fuse in una riga sola, secondo la giustezza voluta.

 

 

La tastiera della Monotype

 

 

 La sezione fonditrice

 

 

MORE, dall’inventore C. G. More, americano (1879).

MUEHLEIN (CARLO), soprintendente dell’officina Mergenthaler a Baltimora, sul finire del secolo XIX (1899), inventò un altro tipo di macchina linotype, che fu distinta col nome di LINOTYPE GEMELLO, fornita di due magazzini e di due tastiere posti l’uno a fianco dell’altro: le matrici dei due magazzini si riunivano su di un solo compositoio, ciò che consentiva di ottenere composizioni tipografiche formate con due diversi caratteri. L’introduzione delle matrici doppie e più sostanziali innovazioni nella linotype, contrastarono l’adozione e la diffusione della «linotype gemello», che, fabbricata in diversi modelli, era stata molto bene accolta nelle officine tipografiche.

MÜLLENDORF, dall’inventore tedesco, tipi mobili.

 

NEO-TYPE, nome di macchina formatrice di impronte stereotipe. Invenzione brevettata di TURBELINE di Bruxelles (1889); consta di due apparecchi e cioè: a) di una macchina compositrice a tastiera che mette insieme e giustifica rapidissimamente righe di tipi o letttere speciali in una giustezza qualunque; b) di un apparecchio aggiunto che serve a imprimere dette righe in un modello o flan fatto con materia speciale, in modo che viene a formarsi una matrice della composizione che si intende stampare. (Vi è una minuziosa descrizione di questa macchina nel n. 232 del vol. V della «Typologie Tucker» (Parigi, 1889).

NEW TYPE BAR, nome di macchina, costruita sul modello della Linotype, apparsa poco tempo dopo di questa, e che, come questa, dà la riga composta in un sol pezzo. Fu inventata dagli americani Beals e Gray.

NORTH, da John North, americano (1880): fonde politipi.

NORTON, dall’inventore Norton, Detroit (1900), a lingotto.

NYDAHL, nome di macchina scompositrice inventata nel 1900 a Stoccolma.

 

PAGER TYPESETTER, americana (1890), «compositrice di pagine».

PAIGE, introdotta nel 1872 ma abbandonata nel 1875 perché troppo costosa, tipi mobili. Macchina compositrice e scompositrice inventata e costruita da James M. Paige di Hartford (Connecticut).  Vuolsi che con questa meravigliosa macchina, di cui diamo una breve descrizione, si potessero adunare in composizione tipografica ventunmila lettere all’ora.

 

La macchina compositrice e scompositrice «Paige»

 

Il «Risorgimento Grafico» (Milano 1904, vol. II), in una monografia sulle macchine per comporre, a proposito della macchina Paige scrive: «La "Paige" fu la miglior prova che finora siasi avuta del grado di perfezione cui può giungere l’intelligenza umana in fatto di costruzione di macchine compositrici». Questa macchina, opera di meccanica meravigliosa, abbandonata, pel suo costo enorme, è così descritta nella detta monografia: «La tastiera sola era costata dieci anni di studio: i suoi centonove tasti erano disposti in modo da permettere che con un colpo solo su di essi si mettessero insieme delle parole intiere. L’operatore adoperava tutte le dita delle mani e componeva parole intiere in un colpo solo. Degli operatori poco esperti facevano in media dodicimila lettere per ora. Finita la parola si premeva un tasto per le parole come alla fine di una riga e se ne premeva un altro per le righe, e l’operatore continuava ogni parola, spingendo la riga nell’apparecchio di giustificazione, divideva lo spazio vuoto della riga in un numero esatto di spazi, ed introduceva gli spazi per giustificare accuratamente la riga prima di spingerla interlineata o no sopra un vantaggio di deposito. La giustificazione comprendeva degli spazi di undici spessori diversi: la scomposizione procedeva frattanto ininterrotta; tre colonne potevano essere collocate in una sola volta sul tavolo di scomposizione sotto la macchina dove venivano estratte le interlinee ed i filetti; una riga per volta veniva introdotta in un apparecchio di prova mediante il quale ogni carattere difettoso era scartato ed un meccanismo di selezione toglieva quindi tutte le lettere voltate o rovesciate come anche tutte le lettere irregolari, nonché gli accenti, segni speciali, ecc. Le lettere che rimanevano erano spinte avanti nei loro rispettivi canali nella sezione di composizione, mentre gli spazi passavano nel meccanismo di giustificazione. La scomposizione e la composizione procedevano di pari passo senza inconvenienti; le lettere che si introducevano nei canali dal disotto, venivano spinte in alto e le righe composte ne uscivano circa cinque centimetri più in su. La parte compositrice lavorava tanto se il carattere era bagnato che asciutto, sia pulito che sudicio e cessava di funzionare quando un canale era pieno».

PEARSON, nome di una geniale macchina compositrice americana a tastiera inventata da Giovanni e Gustavo Pearson nei primi anni del secolo XX, la quale produce lettere separate come le dà la MONOTYPE, con la differenza che la composizione a caratteri mobili si ottiene direttamente con la tastiera.

PEREIRA Y ALBIZU, spagnuola, dal nome degli inventori, tipi mobili.

PIANOTYPE, inventata da Young e Delcambre, che l’introdussero nel 1840 in Inghilterra, tipi mobili. Macchina compositrice a tastiera corredata poi, nel 1867, di macchina scompositrice; questa macchina fu anche designata col nome di «compositore meccanico».

PLANEOGRAPH, macchina compositrice americana (apparsa a Washington nel 1907): dà una stricia perforata che spinta attraverso un apparato scrivente imprime le lettere su carta preparata chimicamente, lettere che sono trasportate su lastra di metallo, che serve poi per stampare. La riga viene giustificata da apposito apparecchio calcolatore.

POLITELETYPOGRAPHE, del francese Foucart (1899): macchina che, come dice il suo nome, può stampare a distanza e venire trasformata in macchina compositrice.

POLLAK (1900), riproduce a stampa quanto viene pronunciato.

PRASCH, dall’inventore austriaco di questo nome.

PRINETTI e STUCCHI-RICHIERI, dal nome degli inventori italiani, tipi mobili.

 

REDPATH-DOUGALL, dall’inventore Giovanni Redpath-Dougall, americano (1905).

RETEAUXGRAPHE, francese (1876), tipi mobili.

RICHARD, dall’inventore A. Richard (1875).

RICHIERI, dall’inventore Richieri, italiano.

ROGER, dall’inventore Roger, Brooklyn (1899), tipi mobili. A Roger e a Bright è dovuta la TIPOGRAPH (V.)

ROSENBERG, dall’inventore Rosenberg, svedese (1876), tipi mobili.

 

SAINT JOHN TYPOBAR, di R. H. St. John di Cleveland (Ohio), a lingotto. Macchina compositrice che forma delle righe a lingotto con metallo freddo, per compressione. Fu inventata nel 1890. Subì in seguito varie notevolissime modifiche.

SAVARESE, dall’inventore Savarese, Parigi (1899), tipi mobili.

SCHIMMEL, dall’inventore Schimmel, tedesco.

SEARS DIRECT PRINTER, di Carlo Sears, macchina da scrivere, il cui risultato pratico è molto vicino alla stampa comune. V. TIPO-MATRIX

SEARS TIPO-MATRIX. V. TIPO-MATRIX.

SIMPLEX, modificazione della THORNE, americana (1898), tipi mobili. Nome con cui nel 1898 la «Unitype Company» mise in commercio la macchina compositrice Thorne, modificandola e corredandola di apposito congegno per la scomposizione. È fabbricata a Manchester (Connecticut).

SMITH, dall’inventore Smith, verso il 1870.

SÖRENSEN, da Cristiano Sörensen di Copenaghen (1838), macchina compositrice-scompositrice costruita sul sistema della THORNE, a tipi mobili.

SORIAT e MONTARON, Parigi, (1878).

STEIERT, dall’inventore Ermanno Steiert da Francoforte sul Meno (1901), tipi mobili.

STRINGERTYPE, macchina compositrice a tipi mobili inventata nel 1887 da Gilberto Stringer, un inglese emigrato in Australia: caduta in dimenticanza, ricomparve modificata nel 1906, presentando riunite le caratteristiche del sistema linotipico e monotipico. Della linotype conserva inalterato il metodo della composizione e della scomposizione delle matrici, mentre i tipi vengono fusi come nella monotype. La nuova Stringertype possiede due magazzini quasi identici a quello della linotype, ma con un solo apparecchio distributore: quand’anche una riga contenga caratteri dei due magazzini, ognuno di questi riceve solo le matrici proprie. L’occhio della lettera è inciso sul lato più grande della matrice. Per creare lo spazio v’ha una matrice cieca. Lo spessore dello spazio è dato da una ruota delle unità, che, come sulla tastiera della monotype, si sposta di un certo grado a ogni battuta del tasto dello spazio. Quando la riga è composta, le matrici passano una dopo l’altra sul davanti dell’apparecchio fonditore.

SUPERTYPE, nove di una nuova macchina compositrice ideata da Federico W. Letsch di Baltimora (1923) e costruita dalla Machinery Development Co., Baltimore. Può dare seicento righe-lingotti l'ora.

SWEETTE, dall’inventore G. E. Swette, Nuova York (1867), tipi mobili. In questa macchina compositrice si usò la carta pesta per l'impressione delle lettere.

 

TACHEOTYPE, inventata da Sörensen (1879), tipi mobili.

TACHYTYPE, di Frank A. Johnson, a lingotto.

TACHITYPOGRAPHE, francese (1900).

TERREL, dall’inventore Elah Terrel, americano.

THORNE, ingegnosa macchina compositrice a tipi mobili inventata dall'americano Giuseppe Thorne, e da lui (che fin dal 1869 studiava il problema della composizione meccanica) costruita nel 1880 ad Hartford (Connecticut). Queesta macchina incontrò fortuna: ebbe larga diffusione. Nel 1898 fu acquistata dalla «Unitype Company» che la modificò in vari congegni, la dotò di appparecchio scompositore e la pose in commercio col nome di SIMPLEX.

 

 

Compositrice Thorne

 

TIMIRIAZEFF, da Dimitri Timiriazeff, russo (1872), tipi mobili.

TREADWILLE, dal prof. Treadwille, americano (1867), tipi mobili.

TREMBLOT-LACROIX., dall’inventore Tremblot-Lacroix (1832).

TSCHULIK, dall’inventore Emanuele Tschulik, viennese (1840?, 1877?). Macchina da comporre basata sul principio della materiale composizione dei caratteri contenuti in tanti canali e comandati da 140 tasti simili a quelli di un pianoforte. I caratteri liberati cadevano su un nastro trasportatore continuo e venivano portati a un compositoio. Quando una riga era completa veniva allontanata e il lavoro proseguiva. Questa macchina fu impiegata nella Stamperia di Stato di Vienna.

TURBELINE (NEO-TYPE), dall’inventore Turbelin, compositore francese (1846), a lingotto.

TYPOGRAPH, nome di ingegnosa macchina a lingotto, tuttodì assai diffusa e ritenuta una semplificazione della «linotype», al cui sistema è informata la sua costruzione, ciò che ci dispensa da particolareggiate descrizioni. Fu inventata da Giovanni Raffaele Rogers, nato nel 1856 nell’Illinois (Stati Uniti). Di questa macchina, detta «linotype junior», v’ha un tipo «simplex», con matrici recanti incisa una lettera sola, e un tipo «duplex», cioè con matrici recanti due lettere. Le matrici, invece di essere dentellate, sono incise su lunghi fusticini di rame, con, in alto, un uncino. Queste matrici immagazzinate dietro la macchina, e avvinte col loro uncino alle verghe di acciaio che formano il caratteristico ventaglio che presenta il congegno complessivo, discendono, chiamate dai «tocchi» battuti sui rispettivi tasti, lungo le verghe, per venire a disporsi in riga. Gli spazi hanno una forma speciale; sono dei piccoli dischi (o anelli) coi quali le righe formate con le matrici si giustificano automaticamente. Quando la riga è finita e giustificata, viene incontro ad essa il crogiuolo, la riga si fonde e va, dopo, a collocarsi, per ordine, sul vantaggio; l’operatore deve poi attendere che la riga sia fusa per far ritornare nuovamente al loro posto le matrici.

 

Macchina compositrice Typograph

 

TYPO-MATRIX. Inventata da Carlo Sears di Cleveland (Ohio), a lingotto. Meccanismo esperimentato nel 1898 per evitare, nella composizione meccanica, distorsione nell’impressione dei punzoni; con questo meccanismo le lettere, alla tastiera, si imprimevano in istrisce di legno, poi queste venivano trasportate ad una macchina da fondere automaticamente e collocate dinanzi a una marmitta di metallo fuso; le righe erano fuse molto rapidamente (sessanta al minuto).

TYPOTHETER, nome di macchina compositrice, senza tastiera, inventata nel 1886 da Alessandro Lagermann; per adoperarla occorre che, manualmente, si siano prima scomposti i caratteri in casse comuni. Questa macchina, ch’ebbe modificazioni parecchie, fu fatta conoscere col nome di UNIVERSAL TYPESETTER e poi di CHADWICK TYPESETTER.

 

 

La Chadwick Typesetter

 

 TYRREL, dall’inventore Tyrrel, Londra (1899), a lingotto.

 

UNITYPE, a tipi mobili. Ingegnosa macchina compositrice d’origine americana, che dà lettere isolate, così come la monotype. Venuta dopo il 1885, fu considerata un perfezionamento della THORNE.

UNIVERSAL, V. CHADWICK e TYPOTHETER.

 

VICTORLINE. Macchina compositrice a lingotto, rivale magnifica della Linotype, anzi completamente identica ad essa: fu oggetto di lunghe dispute giudiziarie. Essa era costrutta dalla General Composing Company che operava a Berlino e a Nuova York.

VIRAG e SIBERSTEIN (1900), identica alla POLLAK.

 

YOUNG e DELCAMBRE, dagli inventori omonimi, francesi (1845), tipi mobili.

 

WENTSCHER, da Ernesto Wentscher di Berlino (1886), acquistata dalla Soc. Johnson, tipi mobili.

WESTCOTT, dall’americano Westcott (1876), tipi mobili.

WICKS, da Federico Wicks, compositore del «Times».

WINDER, americana (1876): sembra fosse foggiata sul sistema di quella di ALDEN (V.).

 

Però, di queste macchine restarono trionfatrici nella pratica, emule o concorrenti, solo quelle che sulle altre presentavano un più agevole, un più perfetto funzionamento e davano maggiore e migliore produzione (vedansi i nomi stampati in neretto): pertanto la grande maggioranza delle macchine nominate nel surriportato elenco può dirsi scomparsa.

 

* * *

  APPENDICE 

Non potendo più registrare nei precedenti fogli, già stampati, la descrizione di una novissima meravigliosa invenzione che ancor si sta elaborando e perfezionando, riportiamo qui – data l’eccezionalissima importanza dell’invenzione – quel che ne dice il Comm. Cesare Rossi nel n. 7, anno V, del «Bollettino della Stampa» che si pubblica in Ancona. Secondo notizie d’Inghilterra, una vera rivoluzione sarebbe imminente per opera di due inventori inglesi, certi August e Hunter. Essi avrebbero lavorato nel più grande segreto per quattro anni in un piccolo laboratorio e il frutto dei loro studi consisterebbe nella sostituzione della pellicola fotografica all’attuale carattere di metallo. Ecco la spiegazione dell’invenzione, data dai giornali inglesi:

 «La composizione è fatta mediante una semplice tastiera analoga a quella delle macchine da scrivere. Le lettere e i caratteri che si trovano sulla pellicola madre sono proiettati con la massima rapidità su una pellicola fotografica sensibilissima. Questa pellicola, detta base, quando è sviluppata corrisponde all’attuale blocco di linee composte con le macchine tipografiche usuali. Queste pellicole con l’immagine della composizione si trovano nello stadio in cui nell’attuale processo di fotoincisione si trova una negativa dopo aver fotografato l’originale. La stampa si può allora fare con i metodi già esistenti, litografia od altri, per la stampa della fotografia. I vari corpi di caratteri si possono ottenere spostando il fuoco delle lenti della camera fotografica che proietta l’immagine della pellicola madre. Questa operazione è completamente automatica e si possono ottenere infinite varietà di caratteri. Si dice che, con un solo rettangolo di pellicola madre largo 5 cm e alto 7 e mezzo, si possono ottenere 2700 caratteri.

 «Gli inventori affermano che saranno risparmiati centinaia e centinaia di milioni nell’industria tipografica. L’impianto richiede un capitale minimo e un piccolo spazio. Le sale di composizione invece delle attuali enormi dimensioni saranno ridotte ad una stanza ordinaria. Sarebbe possibile l’applicazione della telegrafia alla nuova macchina da comporre e i giornali che hanno parecchie edizioni di provincia si potrebbero comporre da un unico ufficio centrale e non solo la tipografia diventerebbe molto a più buon mercato, ma la stampa sarebbe più bella e più nitida data la maggiore varietà dei caratteri e l’esclusione delle attuali operazioni intermedie che tendono a diminuire la precisione dei caratteri originali. Settanta brevetti – secondo la stampa inglese – coprono questa invenzione in Inghilterra e all’estero e si afferma che uomini di affari, che rappresentano vasti interessi, si sono già associati per lo sfruttamento commerciale dell’invenzione».

 E soggiunge:

 «Dopo i profondi e complessi studi fatti in Inghilterra, si ottennero tali applicazioni meccaniche del fondamentale processo fotografico e fotolitografico, già ben in uso in Italia, da lasciar prevedere senza esagerazioni un prossimo vero e proprio sconvolgimento dell’arte grafica in generale, oltre che nella stampa del libro. Ho rilevato nelle notizie date dai giornali – sopra riprodotte – qualche inesattezza, ma dovrei addentrarmi in lunghe delucidazioni tecniche, mentre invece ben volentieri preferisco dare qualche notizia sul procedimento che ho studiato da vicino, e che anche l’Istituto Geografico De Agostini di Novara sta impiantando, pur sapendo di affrontare un grave ostacolo, dato che ben pochi ancora ne conoscono le parti e l’uso. Il sistema ha due applicazioni:

     1) Presentando un originale all’obbiettivo di una speciale macchina fotografica, si otterrà la riproduzione su una lastra di vetro e questa, a sua volta, trasmetterà nitidamente l’impressione ad una lastra di zinco debitamente preparata e sensibilizzata. Questa operazione richiede l’uso di proiezioni di luci e di torchi pneumatici. La lastra di zinco tolta dal torchio, dopo aver subito qualche piccola lavorazione potrà essere messa in macchina rotativa litografica “offset”, e potrà resistere ad una tiratura di non meno di 100 mila fogli nitidamente stampati. Vi è un’altra macchina, sempre a base fotografica, chiamata “Lithotex”, la quale permette di ingrandire, ridurre o moltiplicare le immagini con una perfezione tale da confonderle con l’originale da cui sono state riprodotte. La negativa così ottenuta seguirà le fasi di lavorazione fino alla stampa, come per l’altra di cui sopra. Tutto questo procedimento è fatto in modo così preciso e meraviglioso, tale da garantire la assoluta indivisibilità dei vari punti di congiunzione e dei vari pezzi di un dato disegno, avendo la macchina uno speciale dispositivo a fuoco fisso. Con questo mezzo si eviteranno i “trasporti” litografici i quali, oltre ad essere molto costosi, hanno sempre avuto il difetto di far perdere al lavoro la propria finezza originale. Si potranno ottenere con selezioni a base di schermi colorati, separate e fissate con potenti lampade a vapore di mercurio, tutte le varie “nuances” delle tinte per lavori illustrati a colori. Pensando agli attuali costi delle lavorazioni a mano, con immobilizzo di ingombranti pietre litografiche ed altro materiale, è dato domandarci seriamente quale sarà l’avvenire dell’arte grafica oltre alle garanzie che si potranno ottenere nella stampa di carte-valori fatte soltanto meccanicamente. Il campo di applicazione è vastissimo nelle edizioni artistiche, industriali, editoriali, ecc.

     2) È un procedimento di creazione svizzera e di perfezionamento inglese che ho visto a Londra alla “British Printing Exhibition”, che è la grande mostra biennale inglese, un processo di cui appunto faceva cenno l’articolo dei giornali inglesi, e che mi ha dato lo spunto alla presente. Per essere meglio compreso da tutti cercherò di spiegarmi con le parole meno tecniche possibili. Immaginiamo una macchina da scrivere con leve a caratteri intercambiabili per serie, che abbia sul rullo portacarte una pellicola sensibilizzata. Battendo i tasti, ogni singola lettera verrà proiettata sulla pellicola a mezzo di uno speciale procedimento fotografico. Sviluppata, darà una negativa che con l’aiuto della macchina “Lithotex”, e seguendo il processo più sopra spiegato, potrà dare tutti i corpi di quello stesso carattere, ed essere riportata positivamente su una lastra di zinco, per poi passare alla macchina “offset” ed alla stampa, sempre usando lo stesso primo processo base. È facilmente intuibile l’enorme vantaggio di questo sistema: abolizione di costosa manodopera, varietà di corpi di caratteri estesa all’infinito, possibilità di archiviare e catalogare in breve spazio tutte le attuali costose ingombranti stereotipie».

 

* * *

 L’«Industria della Carta» poi, nel suo numero del 15 ottobre 1925, sotto il titolo «L’abolizione dei caratteri da stampa», pubblica queste altre attraenti informazioni:

 «Siamo forse alla vigilia d’una rivoluzione nell’arte di Gutenberg; questi si è reso celebre con l’applicazione dei caratteri mobili, ed ora si tratterebbe di effettuare la stampa senza di essi. Il nuovo metodo è stato brevettato dai due inventori inglesi August e Hunter, i quali, dopo segrete e pazienti prove quadriennali, sarebbero riusciti a sostituire la plancia metallica con la pellicola fotografica.

 «Essi effettuano la composizione con una semplice tastiera, simile a quella delle macchine da scrivere. I caratteri, impressi così sulla pellicola madre, sono proiettati sopra una pellicola fotografica sensibilissima. Questa pellicola, detta base, quando è sviluppata, corrisponde all’attuale blocco di linee composte con le macchine tipografiche usuali; cioè si trova nello stadio medesimo in cui, nell’attuale processo di fotoincisione si trova una negativa dopo aver fotografato l’originale. La stampa allora si può fare coi metodi ora in uso per la stampa delle fotografie.

 «Vogliamo ingrandire o impicciolire i caratteri della tastiera? È semplicissimo: basterà spostare il fuoco delle lenti della camera fotografica che proietta la immagine dalla pellicola madre sulla pellicola base. 

«Vogliamo riprodurre una scrittura od altro disegno od oggetto qualsiasi? Basterà presentarlo all’obbiettivo d’una speciale macchina fotografica, e trasportarne l’immagine dalla lastra di vetro ad una lastra di zinco debitamente preparata. La lastra di zinco, tolta dal torchio, potrà essere messa sulla macchina rotativa litografica “offset”, e potrà resistere ad una tiratura di 100 mila fogli, nitidamente stampati. E non solo questa immagine potrà essere ingrandita o ridotta o moltiplicata con l’aiuto della “Lithotex” (altra macchina a base fotografica), ma si potranno ottenere con selezioni a base di schermi colorati, separate e fissate con potenti lampade a vapore di mercurio, tutte le varie graduazioni di tinte per lavori illustrati a colori.

 «C’è un altro vantaggio, di grandissima importanza per i giornali: il medesimo testo, coll’aiuto del telegrafo, può essere composto simultaneamente, per esempio, a Roma ed a Parigi.

 «C’è ancora di più: alla “British Printing Exhibition” di Londra una Casa svizzera mostrò come ottenere la pellicola base saltando la pellicola madre: ciò col mezzo di uno speciale procedimento fotografico, mediante il quale battendo i tasti i caratteri vengono proiettati sulla detta pellicola negativamente e da questa riportati positivamente sulla lastra di zinco.

 «È facile intuire gl’immensi vantaggi che i nuovi metodi potranno recare, solo che si consideri come per essi potranno essere eliminati i costosi e ingombranti immagazzinamenti di caratteri, di pietre litografiche, ecc. Le sale di composizione sarebbero ridotte dalle attuali dimensioni ad una stanza modesta. E non solo la stampa sarebbe più economica e più rapida, ma anche più bella e più nitida.

 «Un esperimento è stato fatto nel 1898 dal giornale “Le Petit Bleu” di Bruxelles, che pubblicò il supplemento del 30 ottobre “composto (come disse allora il direttore del giornale Gérard Harry) contro tutte le regole di Gutenberg, senza tipografia, senza caratteri da stampa, senza mono o linotype”: infatti egli aveva dattilografato i manoscritti, fotografato le copie su lastre metalliche e passate queste alla stampa con lo stesso procedimento in uso per i disegni. Non fu altro che un esperimento, per così dire, capriccioso; ma in quella idea, perfezionata e industrializzata, stava il germe del giornale futuro non più stampato, ma fotoinciso e diffuso più rapidamente e più economicamente dell’odierno».

    Novembre 1925. 

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 Chiude così, con questa datata preveggenza, il «Dizionario esegetico tecnico e storico per le Arti grafiche con speciale riguardo alla tipografia» di Giuseppe Isidoro Arneudo. Quella previsione è già da tempo realtà. Sono oggi scomparsi, salvo rare eccezioni, tutti quei capolavori di ingegneria meccanica che sono state le macchine compositrici: la prima vera rivoluzione tipografica quattrocentocinquant’anni dopo l’invenzione dei tipi mobili di Johann Gutenberg. Macchine che hanno scritto un secolo di storia nelle straordinarie tipografie d’una volta.