LINOTYPE & LINOTIPISTI

l'arte di fondere i pensieri in piombo

 

 

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Come si fabbricava una matrice

Il percorso della matrice

Traldi & Simoncini

 

RICORDANDO LA LINOTYPE
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Neram (Australia)

 

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Tribuna de Lavras (Brasile)

La Nación (Argentina)

El Clarín (Argentina)

The Modesto Bee (California)

Herald & Weekly Times (Australia)

 

 

 

 

 Donne in tastiera

 

Carla Arata 

Quarantun anni alla tastiera

 

Linotipista dal lontano 1959, figlia d'arte, dopo quarantun anni di professione ha cessato l'attività nel dicembre 2000.

 

Carla Arata nella linotipia di Torino, in via A. Peyron 10, alla tastiera della «sua» Menta (una Mod. 5 «rebuilt by Menta») di quarant'anni fa

 

 

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Elena Moro

La parola all'avvocato

 

 

MILANO. Quando mio padre è mancato improvvisamente alla vigilia di Natale nel 1990, avevo 34 anni, un lavoro che mi piaceva e mi ero sposata da pochi mesi. Mio nonno era stato macchinista sulle rotative dell'«Avanti!» e poi del «Sole 24 ore»; mio padre, giovanissimo apprendista compositore a mano in una gloriosa tipografia milanese, si era messo in proprio all’età di 19 anni impiantando una tipografia specializzata prima nella stampa e poi nella realizzazione di ricordini lutto e immagini sacre portafoto.

In tipografia ci sono cresciuta e l’ho vista crescere con me: i banconi con i caratteri da stampa sempre più numerosi, le prime macchine con il foglio da puntare a mano e poi la stella automatica, la prima linotype Modello 5 costruita dalle Officine Meccaniche Grioni di Milano,  acquistata  da papà quando io non camminavo ancora e poi la «Practica» costruita dalle Officine Menta e dotata di centratore. In seguito era nato anche il reparto di cartotecnica, rilievo a secco e fustellatura. Osservavo tutto con  il distacco di chi avrebbe avuto ben altro da fare nella vita e infatti a 25 anni mi sono laureata in Giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano; del resto non avevo mai fatto mistero del fatto che la tipografia mi andasse stretta e pur essendo figlia unica, nessuno si aspettava che io continuassi l’attività di famiglia: a questo sembrava destinato il figlio minore della sorella di mio padre, mandato «a bottega» dallo zio tipografo, dopo aver frequentato l’Istituto Tecnico dai Salesiani,  per imparare i segreti del mestiere utilizzando tutte le attrezzature ed i macchinari di cui l’azienda disponeva. Intanto io avevo svolto il mio tirocinio presso uno Studio Legale di Milano,  poi ero passata all’Associazione degli Imprenditori Edili di Milano e Provincia in qualità di funzionario e quindi al Servizio Legale delle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck di Sesto San Giovanni, grazie alla mia specializzazione in Diritto del Lavoro. Le udienze nelle Preture e nei Tribunali della Lombardia, le vertenze sindacali nei diversi Stabilimenti della Società  e in Assolombarda, la fiducia e la stima dei miei interlocutori, conquistata con l’impegno e la passione per il mio lavoro, mi stavano avviando ad una carriera più che dignitosa e gratificante, ricca di soddisfazioni sia sul piano umano che su quello economico.

Poi la morte di papà mi ha stravolto la vita: proprio quando tutto sembrava  avviato su binari lineari e senza scosse, niente è stato più lo stesso; al dolore indescrivibile per avere perso il punto di riferimento affettivo ed umano per me più importante, si aggiungeva  l’incertezza sulle sorti della tipografia poichè mio cugino, vista la precarietà del momento, si era trovato  un’altra occupazione e aveva piantato in asso mia madre nel giro di pochi mesi, senza neanche darle il tempo di trovare una persona che fosse in grado di gestire autonomamente le tre fasi  del ciclo produttivo del lavoro: composizione, impaginazione e stampa. Di solito i compositori non stampano e gli stampatori non compongono e, dato che il volume del lavoro si era andato progressivamente riducendo, era impensabile occupare più di un dipendente; inoltre trovare un linotipista disponibile all’assunzione era praticamente impossibile: quelli che si erano presentati erano tutti ormai in pensione. Così, dopo qualche mese di febbrili quanto vane ricerche, mia madre ed io siamo arrivate alla conclusione che avremmo dovuto accontentarci di un aiuto per l’impaginazione e la stampa: della composizione in linotype mi sarei occupata io, dovevo solo imparare . Ho incominciato a studiare di notte la meccanica della macchina , visto che di giorno continuavo a svolgere la mia professione di legale; poi ho chiamato a raccolta le uniche due persone che avrebbero potuto aiutarmi: il meccanico  Carlo Radaelli, forte di una lunga esperienza maturata presso le Officine Menta e Adriano Soffiato, nipote di Edoardo Grioni, costruttore della nostra prima linotype e linotipista attento e stimatissimo da mio padre, che l’aveva cresciuto professionalmente tanti anni prima. Senza di loro non so proprio come avrei fatto: la macchina mi incuteva, infatti, un sacro terrore, così enigmatica e indecifrabile, con le sue logiche meccaniche indiscutibili, lontanissime dalle mie logiche giuridiche dove tutto invece può essere messo in discussione. I cambi di magazzino e di giustezza erano un dramma, la fatica fisica e le incertezze erano paralizzanti. Non si contano le volte che mi sono ritrovata con le mani tra i capelli a chiedermi sgomenta dove avessi sbagliato, quale gesto avesse provocato il blocco della macchina e la sua ostinata immobilità, il suo mutismo senza appello. Sulla prima riga che sono riuscita a fondere ho scritto: «Papà ti voglio bene» e con questo pensiero stampato nella mente e nel cuore ho cercato di prendere il suo posto prima alla tastiera e poi nelle diverse attività di cui era fatto il suo lavoro, risolvendo  i mille problemi che chi gestisce un’azienda in proprio vive sulla sua pelle 24 ore al giorno. Naturalmente ho presentato le mie dimissioni alla Società per la quale lavoravo, ho trovato una casa a fianco della tipografia e poi ho avviato le pratiche per la separazione legale da mio marito che non approvava le mie scelte di vita: aveva sposato un legale perennemente in tailleur e scarpe con il tacco e si ritrovava a fianco una linotipista angosciata, affannata, arruffata, con le mani sporche di grafite e completamente assorbita dalle nuove responsabilità. Il mio desiderio più grande era  far sì che la tipografia potesse continuare a vivere per mantenere vivo il nome e il ricordo di mio padre. Sono passati quasi 11 anni, l’operaio che avevamo assunto si è dimesso per pensionamento cinque anni fa e la mamma ed io siamo rimaste sole a condurre la nostra nave tra tempeste e bonacce quotidiane, cercando di evitare gli scogli e gli iceberg che ci si parano davanti, con un coraggio ed una forza d’animo che non sospettavamo di avere e  che forse prima non avevamo; la linotype, anziché una nemica tiranna , è diventata per me una preziosa collaboratrice, un’alleata fedele, un motivo di orgoglio e di gioia, specialmente da quando ho casualmente scoperto l’esistenza del sito Internet «Linotype & Linotipisti» creato da Giorgio Coraglia : in mezzo a tanti nostalgici io vivo la mia realtà come la sopravvissuta di un’altra epoca, una privilegiata che ancora può concedersi il lusso di usare il computer solo per hobby;  la mia linotype ancora non deve scansarsi e cedere il passo alle nuove tecnologie che hanno soppiantato le sue «colleghe»: il mio lavoro ha radici profonde nel passato e non può prescindere dal bagaglio di storia e di cultura che si apre davanti ai miei occhi ogni volta che accendo la caldaia e poi il motore della macchina. Niente qui è virtuale, asettico, silenzioso: la macchina ha una voce ed un cuore e io... io sono ancora viva con lei!

Elena Moro (ottobre 2001)

 

L'avvocato Elena Moro al lavoro sulla Practica della «menta» nella Tipografia Moro Giovanni, Edizioni Kronos s.n.c. di Milano - via G. Belinzaghi 17 - tel. 02-6686355 - www.morogiovannikronos.it

 

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Idea, grafica e realizzazione di

Giorgio Coraglia

info@linotipia.it

 

 

 

 

 

 

 

Elena Moro e il meccanico Carlo Radaelli attorno alla Linotype Mod. 5 ricostruita nelle Officine Edoardo Grioni di Milano 

 

* * *

Adriano Soffiato, nipote del costruttore di Linotype Edoardo Grioni di Milano, si racconta: dall'officina dello zio sino a linotipista nella tipografia di Giovanni Moro e, in ultimo, «istruttore» della figlia, Elena Moro.

 

MILANO. Ho conosciuto le linotype nel 1976 quando avevo tredici anni e, in procinto di partire per il mare per le vacanze estive, mio zio Adriano mi ha portato con sé nella sua officina meccanica dove si costruivano i pezzi di ricambio per la macchina compositrice meccanica che venivano poi assemblati fino a ottenere il prodotto finito. Mio nonno, Edoardo Grioni, è stato il fondatore di un'azienda che dagli Anni Cinquanta sfornava macchine compositrici in grado di soddisfare le numerose richieste di un mercato allora in fase di forte espansione. Mi ricordo che l'officina era divisa in varie sezioni: in una si fabbricavano le giustezze partendo da una barra di acciaio lunga circa due metri, in un'altra si verniciavano i pezzi che arrivavano dalla fonderia, in un'altra ancora si fresavano su lastre i canali di varie misure dove sarebbero poi scivolate le matrici che, allineate ordinatamente, avrebbero riempito i magazzini.

Mi ricordo una stanza in cui, partendo dal piedistallo, giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, la nuova linotype prendeva vita; poi si passava al collaudo e, se tutto funzionava a dovere, veniva di nuovo smontata in vari blocchi e trasferita nella tipografia del nuovo cliente dove veniva nuovamente rimontata.

Allora la mia mansione in officina era quella di spazzare via i trucioli del tornio e della fresatrice. Un giorno, finalmente, mio zio mi chiese se mi sarebbe piaciuto imparar a fresare i canali dei magazzini: ho lasciato la scopa e sono diventato anch'io un costruttore di linotype. Pensare che il pezzo di cui mi stavo occupando avrebbe preso vita insieme agli altri, diventando unico e insostituibile, mi inorgogliva enormemente.

A 17 anni sono entrato come apprendista stampatore in una tipolitografia a fianco dell'officina di mio zio. Qui c'erano macchine tipografiche, litografiche e una linotype alla quale, però, non mi avvicinavo mai se non durante la pausa pranzo che spesso trascorrevo osservando i movimenti del linotipista e della macchina meravigliosa che si muoveva ai suoi comandi, rimanendone letteralmente affascinato. 

Successivamente sono passato a una tipografia artigianale specializzata nella stampa di ricordini lutto e immagini portafoto: piccoli formati, poche copie da stampare e la linotype (costruita dalle Officine Meccaniche Edoardo Grioni, mio nonno) che la faceva da padrona lavorando tutti i giorni. Il titolare, Giovanni Moro, vista la mia propensione per la composizione a macchina, mi ha insegnato prima a comporre a mano e poi a macchina, con gli spazi mobili e con il centratore poi. Così ho appreso il funzionamento della macchina, ho imparato a conoscerla e a ascoltarla: il ticchettio della tastiera, la conseguente caduta delle matrici nel compositoio, la partenza dopo aver tirato la meccanica. Avevo l'orecchio allenato e attento a seguire tutti i movimenti della macchina tanto che, appena i suoni cambiavano, la mano chiudeva precipitosamente la meccanica. Rapidamente individuavo il problema, intervenivo e si ripartiva subito dopo. La Linotype è come un orologio: tutto deve muoversi in perfetta sincronia, armonicamente.

Dopo la tipografia sono passato a tutt'altro settore, a mansioni che nulla avevano a che fare con la linocomposizione, convinto che il capitolo linotype fosse definitivamente chiuso. Dopo parecchi anni, nel 1991, mi ha richiamato la moglie di Giovanni Moro, che era mancato improvvisamente. Mi chiese se potevo aiutarla nel lavoro alla linotype in attesa di trovare un nuovo linotipista. Sono stato felice di rendermi disponibile anche per l'amicizia che mi legava a questa famiglia anche dopo le mie dimissioni.

Il nuovo linotipista non è mai stato assunto perché Elena, la figlia di Giovanni Moro, aveva deciso di imparare lei stessa a comporre alla linotype per prendere il posto del padre in tipografia. Così ho insegnato a lei ciò che suo padre aveva insegnato a me... Ma questa è un'altra storia.

Adriano Soffiato (ottobre 2001)

 

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